Don Carlo alla Fenice

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mascherpa
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Re: Don Carlo alla Fenice

Messaggio da mascherpa » 28 nov 2019 17:21

albertoemme ha scritto:
26 nov 2019 18:33
...temo che hai la fissa che il Fidelio diretto da Abbado nei teatri d'Emilia avesse la regia di Guth. Era un altro...
Credo sia proprio una mia fissa, sarà almeno la quarta volta che lo sbaglio: rinunzio a imparare il nome di Chris Kraus, ma:
1. vado a correggere ove necessario
2. prometto che non nominerò mai più il regista di quello spettacolo.

Grazie della segnalazione.


Si ce que je dis ne vous plaist pas, je ne scais qu'y faire. C'est moi, pourtant, qui exprime la vérité (JC, d'après GTdL)

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UltrasFolgoreVerano
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Re: Don Carlo alla Fenice

Messaggio da UltrasFolgoreVerano » 28 nov 2019 19:06

Certo che leggere o criticare gente del calibro di Kotcherga, c’è da rimanere allibiti.

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il_bonazzo
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Re: Don Carlo alla Fenice

Messaggio da il_bonazzo » 28 nov 2019 21:00

UltrasFolgoreVerano ha scritto:
28 nov 2019 19:06
Certo che leggere o criticare gente del calibro di Kotcherga, c’è da rimanere allibiti.
C'è da rimanere allibiti che già dieci e passa anni fa fosse così scassato e lo ingaggiarono per una inaugurazione scaligera.

"Spengi quella telecamera! Spengila, t'ho detto!!!"
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cabaletta64
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Re: Don Carlo alla Fenice

Messaggio da cabaletta64 » 01 dic 2019 01:27

Oggi a Venezia pomeridiana del Don Carlo di Verdi nella versione milanese in 4 atti del 1884, che io, personalmente ritengo la versione migliore.
Una più che buona esecuzione vocale e una direzione di Chung un po alternante, il quale Chung non sembra essere propriamente un direttore verdiano a tutto tondo, alterna alcuni momenti di troppa sonorità che risulta essere di poco aiuto ai cantanti in alcune situazioni di visibile difficoltà degli stessi, ma ha pure buoni spunti di lirismo, sembra cmq essere una direzione frettolosa e non troppo curata nei dettagli, resta il fatto che le maestranze della Fenice, coro e orchestra, vanno a memoria piena, con quasi nessuna difficoltà, e non è cosa da poco.
La Eboli di Veronica Simeoni mezzosoprano-soprano, sembra essere più a suo agio nei momenti brillanti come la "canzone del velo" mentre nel "Don fatale" ha avuto un po di affaticamento con qualche asprezza nelle note alte, niente di particolarmente grave, però la cosa si è notata.
Il Don Carlo di Pretti è buono, ma, mai troppo generoso soprattutto nei pochi acuti che la partitura gli concede, si dimostra comunque valido interprete e di buoni intenzioni vocali come già si era notato in opere precedenti.
Il Rodrigo marchese di Posa del coreano Julian Kim è baritono dal colore decisamente scuro, nel duetto con Filippo a chiusura del 1°atto quasi non se ne distingueva la differenza di corda con Alex Esposito, basso oggettivamente chiaro e con mancanza di profondità, tutti e due sono cmq stati all'altezza della situazione, in particolare Kim, mentre per Esposito, destava già sorpresa nell'annunciato cast, qualche perplessità era lecito averla, non ha sfigurato, ma sembra essere un Filippo di vocalità meno regale di quanto sia giusto aspettarsi, anche se la nota conclusiva del grande duetto con l'inquisitore è stata a dir poco magnifica, e con Marco Spotti inquisitore, il duetto è stata la cosa migliore di tutta la recita, Spotti si è dimostrato veramente all'altezza del suo ruolo , ed entrambi in questa scena hanno avuto il picco di eccellenza di tutta la recita.
Maria Agresta, Elisabetta, brava negli acuti e nelle filature, è bella voce, non è un timbro regale al 100% ma da regina la sua vocalità ci sta tutta, qui il suo lo ha fatto e personalmente da la sensazione di potersi esprimere anche a livelli maggiori.
Il frate del giovane basso rumeno Leonard Bernad per quanto sentito non sembra promette nulla di buono, buoni gli interpreti minori, con particolare menzione del paggio Tebaldo di Barbara Massaro.
Tutta la scena di questo Don Carlo è tra il nero e il nero grigio, lunga e in profondità da prospettiva di lezione scolastica nella quale i cantanti si sono ritrovati in molte occasioni a cantare in fondo alla scena per poi avanzare fin quasi alla buca orchestrale, vestiti tutti di nero, senza nessuna distinzione di ruolo, qualcuno potrà essere arrivato a teatro già cosi vestito, tanto erano anonimi. Il regista canadese (persona che, solo per me, non merita la citazione del nome),
crea un "frate-Carlo V" decisamente giovane, con seguito di sacerdoti, alcuni maneschi, in stile Vaticano ovviamente vestiti di nero con tonaca anni 50' che ben si adattano al colore della scarna scenografia, mette poi Eboli nelle condizioni di cantare l'aria del "velo" immobile in robotica gestualità con dietro il coro a copiare la ritmica movenza innaturale. Il duetto di Posa-Filippo del 1° atto e il terzetto del 2°atto i cantanti sono praticamente imballati in scena con quasi nessuna movenza, in questo caso il regista non riesce in nessun modo a creare una situazione di concitazione scenica, cantanti fermi come statuine, (poi era Pavarotti l'inguardabile).
Nella scena dell'autodafé, Carlo da le spalle alla platea restando in ginocchio e assiste all' incoronazione di Filippo stile Zar di Russia con tanto di Tiara papale, è possibile che il regista canadese abbia avuto un refuso con qualche opera russa che vede per protagonisti tale Boris o Ivan, vallo a sapere!!!!
Per non dire della ridicola scena della rivolta di Carlo con suo padre e con Posa che si fa dare la spada, tra l'altro l'unica arma presente in scena, senza mai fare un gesto deciso, roba da teatro delle marionette, la scena successivamente si riduce a dei libri incendiati, una sorta di Bücherverbrennungen di Hitleriana memoria per poi finire con l'esecuzione capitale in stile cinese-vietnamita dei deputati fiamminghi.
Nella scena iniziale del 3° atto, Elisabetta sta in scena sola con Filippo e sembra quasi provarci, ma lui non capisce e la caccia via, c'e un avanti-indietro di preti e poi come già detto il magnifico duettone, e un teschio appoggiato sopra al solo tavolo unica cosa in scena, poi la scena si spoglia anche del tavolo e rimane solo una sedia nel mezzo a cui viene appoggiata la foto di Pretti-Carlo, una "soada" da 30x24, imbarazzante, e così per tutta la successiva scena. Nella prigione, Carlo è legato alla caviglia con guinzaglio da cane, con una corda che gli permette di muoversi 7-8 metri, la morte di Posa avviene quasi in piedi, e dopo l'intervento del popolo, lo stesso Posa si alza e stringe la mano all'inquisitore, da qui si deduce che tra i due ci sia una combine.
Il 4° atto sembra l'orrino campo del "Ballo in maschera" numerose bare appoggiate a terra, pochissima gestualità di Elisabetta e Carlo e un finale reinventato dall'ineffabile regista canadese, il frate alias Carlo V uccide a pistolettate prima suo nipote Carlo poi il figlio Filippo II, quindi, colpo di scena avanza Rodrigo marchese di Posa (ma ora Duca), redivivo, e vieni incoronato Re con tanto di Tiara sulla testa e trionfo personale davanti a tutti dell'inquisitore.
A questo punto è giusto porsi la domanda se questo regista canadese, il quale ha avuto l'ardire di cambiare arbitrariamente il finale di un opera come Don Carlo, si possa considerare personalità superiore a Schiller, a Verdi e ai suoi librettisti che oltre 150 anni fa misero in piedi questo lavoro, da poter osare tale cambiamento, e se così non fosse, come può la direzione di questo prestigioso teatro concedere cosi tanto spazio di interpretazione personale sulla didascalia del libretto, e a Chung va bene tutto????
Se per ipotesi il tenore avesse voluto chiudere il duetto con Posa snocciolando il DO acuto stile Corelli, Eboli conclude il Don fatale alla Elena Nicolai, ed Elisabetta chiude l'opera come faceva spesso la Caballé, avremmo il coraggio di parlare di non rispetto della partitura, di cantanti gigioni ecc…ecc…quindi va bene lo stravolgimento registico, ma se il cantante fa qualcosa in più, di non previsto, allora quello non va bene????

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UltrasFolgoreVerano
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Re: Don Carlo alla Fenice

Messaggio da UltrasFolgoreVerano » 01 dic 2019 17:24

il_bonazzo ha scritto:
28 nov 2019 21:00
UltrasFolgoreVerano ha scritto:
28 nov 2019 19:06
Certo che leggere o criticare gente del calibro di Kotcherga, c’è da rimanere allibiti.
C'è da rimanere allibiti che già dieci e passa anni fa fosse così scassato e lo ingaggiarono per una inaugurazione scaligera.

Bisogna anche sapere scegliere i ruoli per ingaggiarli.

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paperino
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Re: Don Carlo alla Fenice

Messaggio da paperino » 01 dic 2019 18:03

cabaletta64 ha scritto:
01 dic 2019 01:27

Il Don Carlo di Pretti è buono, ma, mai troppo generoso soprattutto nei pochi acuti che la partitura gli concede
Veramente è l'opera in cui Verdi è stato più prodigo di si bemolli e si acuti per il tenore.
La conversazione languiva, come sempre d'altronde quando si parla bene di qualcuno (Laclos/Poli).

marco_
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Re: Don Carlo alla Fenice

Messaggio da marco_ » 07 dic 2019 21:50

All’ultima replica Chung ha tinto Don Carlo di mestizia poeticissima. La sua lettura alla Scala privilegiava un approccio ascetico contrapposto alle grandi pagine corali. Qui mi è parso abbandonarsi alla solitudine e all’insinuarsi della morte, di cui la musica è venata dalle prime note, trasfigurando entrambe in delicatezza che pian piano si fa strada: prima in cellule isolate come l’abbraccio di Elisabetta alla sua dama esiliata, quindi pervadendo il dramma da ‘Tu che le vanità’ al finale, con l’ultimo duetto fra soprano e tenore che è quasi un porto di dolcezza. Magnifica in tal senso l’ampiezza dei tempi, che stira solo quando deve assecondare i limiti dei solisti. Perfetta la misura negli accenti. L’orchestra, meglio nella seconda parte dopo un inizio con troppe imprecisioni e privo di souplesse, ha mostrato alti e bassi: ottimi gli archi gravi di compostezza tedesca, il corno inglese e la timpanista; rivedibili i violini vetrosi, i legni acuti fissi e gli ottoni stonati. Buono il coro.

La compagnia di canto è corretta, ma nulla di più. Bene Pretti, bravo nel canto melodico a voce spiegata ma migliorabile in musicalità e ricchezza dei centri. Bellissime le intenzioni della Agresta, che commuove nel cantar piano; purtroppo la parte è troppo grande per il suo mezzo. Kim ha una tenuta vocale ammirevole e si piega con diligenza al dettato verdiano, tuttavia risulta un po’ anonimo. Positivo anche l’inquisitore di Spotti che canta pulito. Interlocutorio Esposito la cui voce senz’altro è povera rispetto alla tessitura, inoltre la ricerca della parola appare discontinua. Male la Simeoni, una Eboli scialba e che nella stretta di ‘O Don fatale’ rischia la débâcle. Forzato il frate; non male la voce dal cielo.

Carsen non firma il suo spettacolo più memorabile, eppure l’ho trovato valido e coerente. Ho inteso che la vestizione di Filippo in abiti pontificali con tanto di triregno sottolinei l’assillo per la Chiesa nel Cinquecento, con quel nero di costumi e oggetti a indicarne la deviazione in cancrena spirituale. Splendidi mazzi di fiori bianchi a terra, che il coro dispone a suggerire sentieri e aiuole; suggestive le bare nere che aprono e chiudono la scena; notevole il tavolo nero di Filippo.

Poche altre opere mi spingono ogni volta a un senso di meraviglia come Don Carlo e, pur preferendo leggermente la versione in cinque atti, quella milanese del ‘84 è un tale succedersi di pagine sublimi che ipnotizza.

daphnis
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Re: Don Carlo alla Fenice

Messaggio da daphnis » 09 dic 2019 10:47

Presente anche io all'ultima replica (prima di volare in albergo, a due passi dalla Fenice, a rivedere in tv la Tosca già ammirata dal vivo qualche giorno prima).
Concordo con Marco sulla direzione di Chung che, dopo un'inizio un po "alto" di volume e non centratissimo, decolla dal duetto Filippo-Posa , e più decisamente dalla scena dell'Autodafé. Da qui in poi è il Don Carlo di un grande direttore, giustamente ovazionato dal pubblico.
Quanto al cast, ho già scritto qui, e confermo, il mio grande apprezzamento per l'originale impostazione data da Alex Esposito al suo Filippo, in pregnanza di parola e accenti. Molto cresciuta rispetto alla prima, cui avevo assistito, Maria Agresta. Solido Pretti, Carlo di voce sana cui manca un po' la nota adolescenziale del personaggio (ma non è certo colpa sua se il mioocchio e le mie orecchie non son più riuscite a dimenticare la voce e il fisico e l'immagine di Jose Carreras, nel ruolo). Concordo sulla sicurezza e su un certo "anonimato" di Kim-Posa. La Simeoni come Eboli deve scalare una montagna, arriva, diciamo, a mezza quota... buoni inquisitore e frate.
Senza essere una delle sue top, la regia di Carsen... è Carsen (magnifica la vestizione di Filippo nell'Autudafé, intenso l'uso di certe geometrie e disposizioni). Rivisto nel dettaglio il finale arbitrario... è proprio molto arbitrario, pur condotto benissimo.

Nel complesso, fra direzione e scena, e canto, un Don Carlo non perfetto, ma intenso ed emozionante. Concordo che ogni approccio (in quattro o cinque atti...) a quest'opera capitale lasci l'anima sconvolta da tanta grandezza e spessore di idee e di dramma.

marco vizzardelli

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mascherpa
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Re: Don Carlo alla Fenice

Messaggio da mascherpa » 11 dic 2019 13:16

daphnis ha scritto:
09 dic 2019 10:47
Rivisto nel dettaglio il finale arbitrario... è proprio molto arbitrario, pur condotto benissimo.
Credo che la questione meriti un esame attento. Ci provo, sperando in obiezioni serie e specifiche (quelle d'altro tipo, se arriveranno, m'impegno, invece, a ignorarle).

La sera del 24 novembre, quando vidi che una revolverata liquidava, dopo Carlo, anche Filippo, sobbalzai sulla sedia come davanti a una licenza inutile ed eccessiva; ma dopo pochi istanti la comparsa, al posto del Frate travestito da Carlo V, di Posa rivestito com'era stato Filippo al second'atto, mi sembrò far quadrare tutto. Ero solo a teatro, uscendo non ebbi occasione di discuterne con alcuno; e neppure alcuna voglia, a causa della noia plumbea —qui nel Forum lo posso dire in modo esplicito— che musicalmente ebbi da quello spettacolo, salvato, seppure in parte, solo dalla regia. Ma sono tre settimane che il ricordo di questa non mi lascia.

Il punto da cui partire (che la critica storico-letteraria ha sottolineato non so piú da quando) per comprendere le "arbitarietà" di Carsen, è che nella Madrid di Filippo II qualcuno che esibisse le opinioni di Posa sarebbe sopravvissuto poche ore. E sarebbe insolenza ben piú grave di qualsiasi licenza supporre che Schiller e Verdi non lo sapessero a menadito. Il primo ne fece quindi una sorta d'automa che esprimesse le idealità del proprio tempo, due secoli successivo a quello dei fatti rappresentati e permeato da tutt'altra temperie religiosa e culturale. Il secondo ne fece un'astrazione lirica che contrapponeva ideali quarantotteschi ormai smascherati alla realtà poco allegra del 1865 (non va dimenticato che proprio a quel torno di tempo, non al 1842, risale l'inizio del successo emblematico di «Va' pensiero», che infatti in origine nessuna polizia austriacante o papalina s'era preoccupata di proibire). Si può poi condividere o no l'opinione esposta dal Mila già nella sua tesi di laurea, che "tutta la parte di Rodrigo sembra tolta di peso dalla Battaglia di Legnano" (cito a memoria), o l'altra, corollaria, che l'Allegro marziale "aggiunto" nel bel mezzo di esso "sciupa" l'ultimo duetto (Mila scrisse allora che la pensata risale al 1878, ma non ne ho mai trovata evidenza). Resta indubbio, sempre a mio parere, che come stile musicale la figura di Rodrigo trasmette una forte sensazione d'ambiguità (a scanso d'equivoci, non mi riferisco a quella che in anni recenti è diventata uno degli oggetti preferiti dei cosiddetti gender studies).

Robert Carsen non «conduce benissimo» solo il suo «finale molto arbitrario»; direi che anche lo prepara con coerenza grande e immediatamente esplicita: Posa è introdotto al primo colloquio con Carlo (sulla scena, quindi lo vedono tutti) dai famigli del Grande Inquisitore; gli stessi seguono, visti da tutti ma non dalla coppia, il primo duetto con Isabella, da lui organizzato; i fogli fiamminghi di Carlo sono consegnati da Posa (sulla scena, prima dell'addio) al Grande Inquisitore; questi lo rialza da terra (sempre davanti a tutti) dopo aver sedato la sommossa (come Tosca spererà di fare con il bel Mario...), rendendo quindi evidentissimo che la "liquidazione fisica" era stata una finta. Tutto questo contraddice vistosamente, è ovvio, la vicenda del libretto; ma questa, ripeto, contraddice nel modo più intenzionale la possibilità storica (tranne, forse, che nel "dettaglio" di Posa che non è preso mai troppo sul serio dall'unico che, sulla carta, lo dovrebbe, cioè proprio da Carlo).

Che deve quindi fare un regista di Posa, personaggio a metà strada tra l'automa ideologico e la nostalgia lirica? A mio parere è coerente con le circostanze compositive di Schiller e di Verdi presentarlo in una forma che la storia cruenta del secolo scorso ci ha reso fin troppo familiare: un triplogiochista supremo, falso amico d'un pericoloso esaltato e strumento antiregale delle forze che la regalità fingevano di sostenere (non dimentichiamo l'importanza delle teorie e delle pratiche "monarcòmache" nei decenni a cavallo tra Cinque e Seicento, elaborate in ambienti ecclesiastici).

In dettaglio, per chi non ha visto o non ricorda lo spettacolo, nel finale Carsen ha cambiato quel che segue:
a) Carlo viene soppresso sulla scena anzichè scomparire nel mantello (stavo per scivere nel tabarro...) del Frate travestito da Carlo V: differenza che trovo pressoché inessenziale;
b) Filippo, invece di rimanere lì inebetito strumento dell'Inquisitore (e ben di più lo è nel finale com'era in origine e in quello dell'edizione francese), è eliminato a giro anche lui, come un ferrovecchio;
c) il travestimento regale, invece di servire, addosso al Frate, come sepolcro di Carlo ancora vivente, addosso a Posa redivivo esplicita la manipolazione delle apparenze del potere portata all'estremo limite dall'Inquisitore e seguaci.

Una domanda che per me è sempre doveroso porsi, è se tutti questi "arbítri" contraddicano e danneggino l'efficacia emotiva della musica di Verdi; oppure vi s'acconcino, finendo quindi per perdere il carattere dell'arbitrarietà. Nel finale direi senza esitare che non fanno danni: come scrissi a suo tempo, la soluzione scenica di Carsen m'è anzi parsa l'unica, tra tutte quelle che ho visto, che non m'abbia lasciato insoddisfatto, almeno per il finale italiano dell'opera.

Ben più difficile è rispondere per quel che concerne il duettino "dell'amicizia" e la scena d'addio di Rodrigo: prevedibile il classico tot capita, tot sententiae, e forse chi ama visceralmente questi passi di musica ne sarà solo disgustato... A causa, ma non solo, dell'imprinting miliano assorbito alla vigilia d'assistere al mio primo Don Carlo nel dicembre del 1960 (fortunatamente, proprio perché era il primo, in cinque atti, con tanto d'aggiunta della ripresa finale del coro dei frati, che non escludo risalga a Toscanini), a me riesce, per contro, inevitabile sentirli come un corpo quasi estraneo nell'opera; sono quindi portato a considerare il triplogiochismo di Posa del tutto coerente... con l'incoerenza musicale della sua parte con tutto il resto, quindi sì a riconoscere il valore drammatico di essa, come si fa con la "bruttezza" di certi cori "infami" dei Lombardi e del Macbeth, o la "frattura stilistica" (Kunze dixit) di certe uscite di Papageno, ma non a percepirla come espressione di "nobili sentimenti" e a lasciarmene trascinare.

Nessun dubbio, invece, avrei sulla compatibilità degli "arbítri" carseniani con l'intervento "risolutore" di Posa nel quadro dell'auto de fe: la citazione timbricamente deformata del temino dell'amicizia appare anzi l'unica vera, perché esso vi si rivela a Carlo come totalmente falso; e qui il triplo gioco del Posa-Carsen serve anche per dire chiaro che, per il momento, la liquidazione di Filippo o il suo mantenimento al potere sono ancora in... «forse».
Ultima modifica di mascherpa il 12 dic 2019 09:59, modificato 2 volte in totale.
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Re: Don Carlo alla Fenice

Messaggio da daphnis » 11 dic 2019 13:32

Grazie a Mascherpa, intervento utilissimo. Infatti io resto convinto di ciò che dissi appena visto lo spettacolo alla "prima". L'arbitrio c'è, è voluto, ma intelligente e, volendo, accettabile. Sicuramente motivato. E non si tratta certo di una provocazione, se non di una "provocazione intellettuale" infedele ma fedele.

marco vizzardelli

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