La fanciulla del West alla Staatsoper Unter den Linden

Discussioni: per i neofiti che vogliono togliersi dei dubbi e per gli esperti che vogliono approfondire...
Rispondi
marco_
Messaggi: 438
Iscritto il: 21 gen 2018 14:19

La fanciulla del West alla Staatsoper Unter den Linden

Messaggio da marco_ » 19 giu 2021 22:16

Pappano e la Staatskapelle Berlin si sono dimostrati una combinazione ideale in questa musica. Lui la adora, evitando di musealizzarla come di sdilinquirla, muovendosi focalizzato e adrenalinico come un regista di film gialli. Concepisce un primo atto esemplare per equilibri e finezze sinfoniche, nel secondo lascia senza fiato per una concezione drammatica che ha il culmine nell’esaltazione erotica di Rance, per Pappano il vero protagonista in polarità opposta con l’eroe sensibile Johnson, e il terzo intriso di malinconia come ad anticipare dall’inizio l’epilogo dei due amanti esiliati. Indimenticabile il tumulto tempestoso del secondo atto tutto, e lo scavo profondo ed elegantissimo nelle pagine di sensibilità umana. L’orchestra combina uno dei suoni più belli e personali che ci siano, un’intelligenza rara, e una precisione cristallina tanto cara a Pappano ma che mai avevo sentito con loro, a riprova di duttilità non comune. Archi sugli scudi, quelli acuti con smalto da pelle d’oca e quelli gravi che sono l’architrave della compagine e li riconosceresti fra cento. Inappuntabile il coro, specialmente nelle pagine a cappella.

Tra i solisti giganteggia Volle che, complice la concezione drammatica di Pappano, dipinge un Rance multidimensionale, oscillante fra confidenza e abisso di vuoto, con un tutto tondo di credibilità che non sfigura rispetto al suo indimenticabile Sachs. Timbro splendido, fraseggio magnetico e incisivo dopo la prima frase, musicalità da talento, sta in scena da attore consumato. Un gradino sotto ma comunque positive le prestazioni della Kampe (credibile in scena nonché musicale e dalla tenuta invidiabile, con un paio di nei sulla dizione italiana al limite dell’incomprensibile e qualche nota acuta stirata) e di Álvarez (spinge in alto e in scena è goffo, ma il timbro è intatto e il gusto per la parola pucciniana sicuro). Bella squadra di comprimari, con menzione per il Nick impeccabile di Rügamer e il Sonora sontuoso di Golinski.

Allestimento della Steier doppiamente riuscito, perché accattivante e in simbiosi con la lettura di Pappano. Ambientato nella bassa California di circa 40 anni fa, colpisce per una serie di effetti mai fini a se stessi e legati a definire un affresco collettivo. Risonanze cinematografiche fra Tarantino e i fratelli Coen. Bravissima nella cura di espressioni e movimenti dei solisti, ad esempio i tic da alcolisti impalpabili ma visibili in Minnie e Rance.

Trionfo al termine per tutti, con ‘bravo’ giubilanti per Pappano.



pbialetti
Messaggi: 590
Iscritto il: 24 mar 2011 09:45
Località: Berlino

Re: La fanciulla del West alla Staatsoper Unter den Linden

Messaggio da pbialetti » 28 giu 2021 08:32

Sono riuscito a vedere l‘ultima recita della serie.
Il trionfatore della serata è indubbiamente Michael Volle: si muove in scena come un consumato attore di prosa, domina senza problemi tutte le difficoltà vocali e costruisce un personaggio memorabile. Rispetto a Sherrill Milnes, finora per me il Rance di riferimento, può vantare una pronuncia italiana impeccabile, che gli permette di gestire a meraviglia anche i passi di sprechgesang.
La Kampe non ha lo stesso carisma in scena, ma fornisce comunque una prova ragguardevole, data la difficoltà del ruolo (francamente non ne ero sicuro a priori, conoscendola solo come interprete del repertorio tedesco). Viene a capo onorevolmente anche di quasi tutti i vari do e forse non eccelle nei passi più intimistici, come il finale del primo atto.
Àlvarez è un po’ troppo esagitato per i miei gusti e mi pare che non definisca il personaggio: è davvero innamorato di Minnie o fa solo finta? Questa irresolutezza mi sembra trasparire a tratti anche nel suo fraseggio, un po' troppo generico. Pare inoltre sempre preoccupato prima di scagliare a tutta forza gli acuti. Nel complesso, comunque, una prova positiva anche la sua.
Mi viene un po’ difficile valutare la direzione di Pappano, perché ero seduto in un angolo acusticamente infelice di questo teatro acusticamente infelice. Mi sembra comunque che abbia puntato molto sul lato drammatico (la scena del poker è stata da brivido) della partitura e che ne abbia messo in evidenza la complessità di linguaggio. Da notare la perfetta tenuta buca-palcoscenico e l'evidente intesa con i cantanti, cosa non scontata in una partitura di questa complessità.
Ho trovato genericamente buona la regia. Non sono mancati l’amplesso in scena (tra i due indiani trasformati in junkies), la bambina-proiezione-psicologica-della-protagonista, le video-proiezioni e l’attualizzazione, tutte cose senza le quali un regista d’opera in Germania (sobillato dal Dramaturg di turno) sente di non aver fatto il suo dovere. Al suo attivo però un buon lavoro di recitazione sugli attori e una notevole soluzione per la scena della capanna del secondo atto. Al suo passivo una rissa insensata con morti e feriti all'inizio del terzo atto, di cui non si comprende la necessità drammaturgica.
Sopra ogni altra cosa rimane la gioia per aver potuto ascoltare dal vivo quest’opera stupenda, che purtroppo viene eseguita troppo raramente. Grande successo finale per tutti, con i cantanti che si sono scherzosamente prostrati davanti a Pappano alla sua uscita sul proscenio.


Rispondi