
In un freddo pomeriggio di novembre, un bambino di nove anni prende una videocassetta (erano ancora lontani i tempi del dvd) e la mette nel vidoregistratore: dopo un po’ dall'inizio della visione entra un donnone imponente, vestito d’azzurro, che attacca “Ancor non giunse”. Il bambino resta incantato ad ascoltare la voce di cristallo purissimo dipanare le melodie donizettiane. Scopre un’opera, Lucia di Lammermoor, e scopre un’artista, Joan Sutherland, balzando entrambe nella sua personale “top ten” di gradimento.
Quel bambino ero io e, più tardi, scoprii che quella Lucia, acquistata da una serie in edicola, era in realtà una delle ultime incarnazioni dell’artista australiana (sessantenne ai tempi della registrazione) e imparai che ben altre erano le registrazioni nelle quali l’artista australiana aveva dato il meglio di sé. Eppure l’incanto di quella voce in quell’edizione non mi ha più abbandonato: da quei giorni ho pazientemente ricercato ogni incisione di quella voce meravigliosa, scoprendo ogni opera affrontata da quell’artista. Piano piano a Lucia si sono unite Leonora del Trovatore, Violetta, Semiramide, Amalia dei Masnadieri, Norma, Ophélie, Elvira, Amina… alcune in videocassetta, altre solo in cd.
Per le ragioni appena scritte, la scomparsa, domenica scorsa, di Joan Sutherland è stata per me un evento particolarmente triste, come spesso è triste quando il lutto colpisce artisti che sentiamo particolarmente affini. Queste persone magari non sanno nemmeno della tua esistenza, eppure la loro voce che ascoltavi nelle cuffie del walkman (e chi lo aveva un lettore portatile di cd? Quello sarebbe venuto più tardi…), il loro canto che ti emozionava nei momenti in cui volevi distrarti o pensare ad altro - che non fossero i piccoli o grandi problemi quotidiani - fanno si che nel momento della loro morte ci sentiamo come se fosse venuto a mancare un caro amico.
Fin qui il ricordo personale, ma in realtà Joan Sutherland (Point Piper, Sydney 07-11-1926 / Les Avants, 10-10-2010) è stata molto più di un mito giovanile per molti ex adolescenti cresciuti da melomani nei rutilanti anni ’90 (nonché per chi ebbe la fortuna di ascoltarla dal vivo): “the voice of the century”, come la definì il collega e amico Luciano Pavarotti (che Lei contribuì a far diventare il mito che è), era una primadonna al cubo, un’artista eccellente, una cantante raffinata e, last but not least, anche una donna dotata di raro senso dell’autoironia e facile allo scherzo e alla risata.
Ancora un ricordo personale, l’ultimo: Joan Sutherland è Presidente di Giuria a Spoleto alla fine degli anni ’90 e, in una pausa tra le audizioni, accetta volentieri di incontrare un goffo adolescente occhialuto (il sottoscritto, tanto per cambiare) e di firmare una larga fetta dell’abnorme mole di copertine di cd e dischi che questi reca con sé: impossibile dimenticare l’irrefrenabile scoppio di risa che colse la diva al momento di notare una copertina che, ritraendola di profilo, metteva in spietata evidenza la sconfinata mole del suo mento (per la cronaca si trattava dell’Alcina DECCA). Una risata spontanea e sorgiva, subito però seguita dall’immancabile firma con dedica (non autografò nessun disco senza farlo precedere da una dedica personale), a testimonianza di una vena autoironica che non le difettò mai, nemmeno sul palcoscenico. Quale altra diva avrebbe potuto notare, come fece lei, che negli anni ’80 non era più la “figlia del Reggimento” ma ne era diventata la “nonna”? L’autoironia, peraltro, le fu utile nei ruoli dove le era richiesta malizia e sensualità: consapevole di non poter sfruttare un’inesistente carnalità del timbro la Sutherland si inventerà ogni volta una sensualità “intellettuale”, legata alla perizia e all’alterigia di un accento sprezzante e di gran classe (paradigmatica, in questo senso, la sua inimitabile Giulietta dei Contes d’Hoffmann di Offenbach). Il lascito di Joan Sutherland non è solo nella sua sterminata discografia ufficiale (riflesso al 99% di ruoli sempre portati sul palcoscenico) ma anche nella gestione della sua carriera in ogni suo aspetto: sollecitata e stimolata da Richard Bonynge (non solo ottimo musicista ma anche compagno di vita e di carriera) la Sutherland seppe raccogliere l’eredità belcantistica lasciata da Maria Callas, sviluppando una consapevolezza e un senso dello stile che vantavano pochissimi rivali, dando volto e fisionomia personali e affascinanti a una lunga carrellata di eroine diventate altrettanti punti fermi nella storia dell’interpretazione dell’opera lirica. Quello che colpisce, anche all’ascolto odierno, di ogni sua incarnazione è l’estrema eleganza dello stile unita a una sovrumana gestione delle forze vocali e a un grande talento di interprete.
Sì, perché la Sutherland era un’interprete di raffinata eleganza, spesso a torto accusata di freddezza: nel suo rifiuto dell’estetica verista, sacrificata alla ricerca del “sound” (il suono) la Sutherland riscoprì, con la magia della prima volta, il mondo che si credeva perduto dei paradisi sonori legati alle astratte ed elegantissime linee del primo Ottocento. Come pensare alla freddezza ascoltando il lancinante dolore intriso di nostalgia con il quale, quasi fosse una pianta rampicante che si abbarbica sempre più in alto, la sua Elvira dei Puritani svolge le lunghe, lunghissime nenie belliniane?
E come accusare di freddezza la sua Esclarmonde, tanto imperiosa negli slanci al sovracuto dell’invocazione agli spiriti quanto carica di dolente e disperata malinconia nell’abbandono del III Atto? E, ancora, come non innamorarsi della sua insuperata incarnazione dei quattro ruoli dei Contes di Offenbach? Erano, questi come altri del suo repertorio, ruoli dove la stessa perfezione del suo “sound” si tramutava ipso facto in valore espressivo, donando ai personaggi quella metafisica dell’altrove che è caratteristica propria esclusivamente del soprano australiano: mai più sentito, tanto per citare un unico esempio, un do diesis sovracuto di tale raggiante pienezza al termine del terzetto della morte di Antonia nei Contes, in grado di racchiudere, nel suo squillo potente e disperato al tempo stesso, l’essenza del personaggio come nessun’altra (ancora, almeno) dopo di lei ha saputo fare.
Insostituibile, nella gestione della carriera del soprano australiano, l’influsso del marito Richard Bonynge, che fu non solo ottimo filologo (ogni sua registrazione in Lp era accompagnata da interessantissime note esecutive, colpevolmente sparite nella maggior parte dei riversamenti in cd) ma anche grande direttore, almeno nel repertorio d’elezione della moglie, ovvero il belcanto italiano e l’Ottocento francese: in Italia, la stessa Italia che coniò il soprannome “La Stupenda” per la Sutherland dopo trionfali recite dell’haendeliana Alcina al Teatro La Fenice di Venezia. Bonynge non è mai stato granché amato (e qualcuno lo ha anche rimarcato da illustri colonne nel ricordare la scomparsa della consorte) ma la verità è che senza di lui non avremmo mai avuto Joan Sutherland.
Ora che La Stupenda non c’è più la sua carriera resta di esempio alle giovani cantanti chiamate a raccoglierne l’eredità: un esempio nell’intelligenza di adattarsi le parti e i ruoli con accomodi e trasporti perfettamente in stile, ma un esempio anche nella gestione della carriera, sia dal punto di vista operistico (chi altri avrebbe avuto il coraggio di rifiutare il debutto al Met di Konstanze al termine degli anni ’70?) che da quello concertistico (tutti i suoi recital sono stati sempre improntati alla più estrema eleganza e varietà di impaginazione e di esecuzione).
Probabilmente (anzi, sicuramente), c’è molto altro da dire sulla Sutherland, per inquadrarne la carriera e fissarne il posto all’interno della storia dell’interpretazione del ‘900: ma non è questo il tempo.
Ora è il tempo del ricordo e della memoria di una voce unica che, stando a quanto hanno detto i parenti, si è “spenta serenamente” nella mattinata di domenica 10 ottobre: a noi melomani e a noi ammiratori piace pensare che l’abbia accompagnata nell’ultima interpretazione la stessa serenità con cui le “sue” eroine tragiche si abbandonavano al destino nei lunghissimi finali d’opera che le riguardavano, sublimando, nella perfezione della metafisica dell’ascesa a un registro sovracuto sempre più splendente, il viaggio nell’altrove. Farewell, Joan!
Gabriele Cesaretti