
| Carmen | Beatrice Uria-Monzon |
| Don José | Stefano Secco |
| Micaela | Ekaterina Bakanova |
| Frasquita | Sonia Ciani |
| Mercedes | Chiara Fracasso |
| Escamillo | Alexander Vinogradov |
| Le Dancaire | Francis Dudziak |
| Le Remendado | Rodolphe Briand |
| Morales | Claudio Ciotoli |
| Zuniga | Matteo Ferrara |
| direttore | Omer Meir Wellber |
| regia | Calixto Bieito |
| scene | Alfons Flores |
| costumi | Mercé Paloma |
| light-design | Alberto Rordiguez Vega |
| Orchestra e Coro del Teatro La Fenice | |
| Piccoli Cantori Veneziani | |
| maestro del coro | Claudio Marino Moretti |
| maestro del coro di voci bianche | Diana D'Alessio |
| nuovo allestimento Fondazione Teatro La Fenice in coproduzione con Gran Teatre de Liceu di Barcellona, Fondazione Teatro Massimo di Palermo e Fondazione Teatro Regio di Torino | |
Sesso, Violenza e Morte: i tre assoluti che costituiscono il nucleo di Carmen e che ne incarnano l’essenza più intima. Carmen, il suo essere selvaggia e libera, la sua sete di vita e insieme la brama di morte è un archetipo degno della tragedia greca; tutto ruota intorno a lei e da lei è dominato sino alle conseguenze più estreme. La sigaraia gitana sceglie come vivere e, soprattutto, come morire, o meglio, come non sottrarsi alla morte stessa, vista come ineluttabile compimento di un’esistenza esaltante nel suo essere costantemente “al limite”.
Calixto Bieto, fresco vincitore del Premio Abbiati per questa regia, scava nelle più intime profondità della Carmen, la priva di qualsiasi calligrafismo folcloristico ed esalta a livelli sommi la selvaggia primordialità della vicenda.
L’azione è spostata a Ceuta, enclave spagnola in Marocco, a metà degli anni Ottanta del secolo scorso. Il tempo, nello spazio scenico immaginato da Alfons Flores, è comunque cristallizzato: la bandiera, in terra di confine è rimasta quella franchista.
Tutto rimanda ad una ferina primordialità: la guarnigione militare è violenta e spietata, i bambini affamati hanno da tempo perduto la loro innocenza, se mai l’hanno avuta, i contrabbandieri esibiscono con strafottente orgoglio le loro sgangherate Mercedes.
Il sesso è ovunque, continuamente richiamato in gesti eloquenti, ed unito alla violenza ed alla prevaricazione in un climax che coinvolge anche gli elementi naturali: il vento si alza impetuoso a far garrire la bandiera e sollevare la sabbia del deserto quando Carmen esterna le sue passioni.
Nella visione di Bieito anche Micaela perde il suo candore e si trasforma in una donna che contende con fierezza José a Carmen e che irride trionfante la gitana quando riesce a trascinarlo al capezzale della madre morente.
Qui c’è la Spagna vera, quella fatta di polvere e sangue, di aromi forti, di sole bruciante: le “cartoline” di Siviglia non trovano spazio, sostituite da un’umanità selvaggia e appassionata.
Resta solo la sagoma, gigantesca, di un toro che campeggia nel terzo atto e che all’inizio del quarto verrà abbattuta e fatta a pezzi prima della sfilata delle quadrillas, rappresentata da Bieito come puro movimento di folla, senza orpelli e senza costumi caratteristici.
Lo spettacolo, grazie anche ai costumi di Mercé Paloma e al corrusco light-design di Alberto Rodriguez Vega, si integra con la musica senza mai prevaricarla ed al contempo colpisce come un pugno nello stomaco, costringedoci al confronto con l’essenza ultima del capolavoro di Bizet.
La lettura di Omar Meir Wellber è a sua volta perfettamente in linea con la visione di Bieito, in un contesto di lucida analiticità e di forza drammatica. Il volume dell’ orchestra, in ottima serata, è a tratti quasi eccessivo, ma incredibilmente funzionale alla forza dirompente dell’azione scenica. Le dinamiche sono lucidamente tese, sferzanti ed al contempo capaci di sciogliersi in abbandoni morbidamente sensuali.
Convince fino in fondo la Carmen di Beatrice Uria-Monzon, la quale fa della gitana l’incarnazione stessa della sensualità. Il fraseggio è aspro, a tratti concitato, teso a rendere nel minimo dettaglio il carattere del personaggio. Straordinaria anche la sua prorompente fisicità.
Stefano Secco, al debutto nel ruolo, tratteggia un Don José squisitamente lirico, ma nello stesso tempo capace di buoni slanci drammatici. L’aria “del fiore” è risolta da Secco con grande partecipazione emotiva, così come la sua prova nel duetto finale ci è parsa assai efficace.
L’Escamillo di Alexander Vinogradov è generoso e spicca quanto a bellezza e volume di voce, oltre che notevole per presenza scenica, ma pecca un po’ di genericità negli accenti.
Ekaterina Bakanova dà voce e corpo ad una Micaela tenace e volitiva, molto donna e per nulla bambina. La voce si piega morbida ad un fraseggio incisivo, i centri sono torniti e gli acuti svettano sicuri.
Bene la coppia dei contrabbandieri, ovvero Francis Dudziak, Le Dancaire, e Rodolphe Briand, Le Remendado, i quali trovano il loro punto di forza nella misura della caratterizzazione dei rispettivi ruoli.
Brave Chiara Fracasso, Mercedes dalla vocalità sontuosa, e Sonia Ciani, indiavolata Frasquita.
Completano con onore il cast l’energico Zuniga di Matteo Ferrara ed il preciso Morales di Dario Ciotoli.
Maiuscola la prova del coro, chiamato dal regista ad una prova di notevole difficoltà anche sul piano fisico, preparato da Claudio Marino Moretti.
Bene i Piccoli Cantori Veneziani, diretti da Diana D’Alessio.
Successo pieno di pubblico, con ovazioni per Wellber già al suo ritorno in buca dopo l’intervallo, e applausi convinti e prolungati per tutti.
Alessandro Cammarano