
| Il Duca di Mantova | Francesco Meli |
| Rigoletto | Luca Salsi |
| Gilda | Julia Novikova |
| Sparafucile | Michail Ryssov |
| Maddalena | Francesca Franci |
| Giovanna | Annika Kashenz |
| Il Conte di Monterone | Nicolò Ceriani |
| Marullo | Angelo Nardinocchi |
| Matteo Borsa | Mario Bolognesi |
| Il Conte di Ceprano | Giuliano Pelizon |
| La Contessa di Ceprano | Marta Calcaterra |
| Un paggio della duchessa | Loredana Pellizzari |
| Un usciere di corte | Ivo Federico |
| Maestro concertatore e direttore | Corrado Rovaris |
| Regia | Michele Mirabella |
| Scene | Lorenzo Ghiglia |
| Luci | Nino Napoletano |
| Costumi | Chiara Barichello |
| Assistente alla regia | Antonio Petris |
| Maestro del Coro | Paolo Vero |
| Orchestra, Coro e Tecnici del Teatro Lirico Giuseppe Verdi di Trieste | |
Il Teatro Verdi è uno dei tanti teatri italiani in crisi finanziaria profonda, sembra un paziente alle prese con una malattia grave per la quale non è stata ancora trovata una cura.
In questo senso il Rigoletto di Giuseppe Verdi è come i vecchi rimedi della nonna capaci di lenire i malanni di stagione (operistica, in questo caso): è efficace sul sintomo, difficilmente può essere la cura risolutiva ma il malato si giova di un miglioramento generale delle condizioni di salute.
Finalmente il teatro è abbastanza pieno – ma era lecito attendersi il sold out, neanche sfiorato -, dopo tanto tempo non si notano fughe di spettatori durante gli intervalli, nessuno si scandalizza per la (non) regia, la compagnia di canto è equilibrata e di buon livello con punte di eccellenza.
Certo, il malato grave era e grave rimane, ma forse si può guardare al futuro con un minimo di ottimismo in attesa del fumento marca Bohème, che sarà somministrato subito dopo Pasqua.
La serata scorre serena e tranquillizzante a partire dall’allestimento improntato alla tradizione già visto nel 2006, che si avvale delle convenzionali - ma di buon gusto - scenografie di Lorenzo Ghiglia, dei bei costumi d’epoca rivisitati da Chiara Barichello e dall’efficace impianto luci di Nino Napoletano.
La regia è affidata a Michele Mirabella, che però non mi pare abbia lasciato alcun segno distintivo del suo lavoro, a meno che non si voglia considerare “regia” qualche lancio di spada o qualche calcio al ritratto del Duca.
Al solito, i cantanti si esibiscono per gran parte del tempo secondo gli stilemi più scontati del “recitar cantando”: mano sul cuore, sguardo perso all’infinito e pedalare. Voglio dire, ha senso chiamare il grande nome - vera o presunta che sia la grandezza - a firmare la ripresa di un lavoro già noto?
L’allestimento mostra qualche ruga di troppo nei macchinosi e lunghi cambi di scena, che spezzano l’azione drammaturgica in un’opera che più di altre ha nella continuità narrativa uno dei punti di forza.
Le cose vanno molto meglio dal punto di vista musicale, a partire dalla direzione di Corrado Rovaris, che propone una lettura vigorosa della partitura senza scadere però mai nel grossolano o in gratuiti effetti strappapplausi. Ne sia esempio l’ottima riuscita del duetto Rigoletto-Sparafucile in cui la tensione rimane alta ma prevale l’atmosfera notturna di angoscioso mistero. Inoltre Rovaris è attento all’accompagnamento dei cantanti e non li sovrasta alzando il volume dell’Orchestra del Verdi – in serata smagliante – neanche quando l’orchestrazione è particolarmente densa, come nella scena del temporale.
Luca Salsi era al debutto ufficiale nella parte di Rigoletto e si conferma interprete verdiano di rilievo nel panorama odierno. Voce omogenea, di volume notevole, timbro moderatamente scuro, il baritono affronta con le idee ben chiare un personaggio assai difficile da interpretare. Intanto non indulge troppo in vezzi di tradizione stantii – smorfie, cachinni e gigionate varie – e cerca di approfondire la complessa psicologia del buffone calibrando con equilibrio il lato teneramente paterno con quello più scopertamente grossier del pagliaccio di corte. In questo modo risultano efficaci sia il drammatico monologo “Pari siamo”- nel quale rinuncia alla puntatura finale non scritta al sol - sia lo struggente andante “Deh non parlare al misero”. Molto buona l’attenzione alla parola scenica, che si manifesta con un fraseggio vario, attento a dare senso compiuto al testo anche al di là delle scene più famose. Una prestazione assai interessante che non potrà che migliorare nelle prossime recite e soprattutto in future riprese della parte.
Francesco Meli è a mio parere un Duca ideale. Lo è, certo, per la magnifica voce di lirico pieno che riempie la sala ma soprattutto perché riesce a delineare un personaggio credibile, predatore quanto basta ma al contempo mai volgare, sempre sorvegliato nell’accento. Il fatto è che Meli canta con eleganza e musicalità, dizione chiarissima, fraseggia con attenzione e ha doti tecniche che gli consentono di risolvere con apparente facilità anche le frasi musicali più impegnative: la pericolosa progressione del duetto con Gilda (adunque amiamoci…d’invidia agli uomini) è risolta con un legato inappuntabile e il si bemolle è raggiunto con facilità. Il difficile attacco del cantabile “Parmi veder le lagrime” è pulitissimo e qualche piccolo segno di fatica si percepisce solo sull’acuto finale, un po’ stiracchiato. Bene anche nella famosa canzone del terzo atto, seguita da un’impeccabile “Bella figlia dell’amore”.
Alla fine si può affermare che il tenore sia stato protagonista di una performance maiuscola.
Pur nell’ambito di una prova sufficiente nel complesso, ha deluso invece Julia Novikova, che non solo non si è smarcata dalla tradizione che dipinge Gilda come una stereotipata bambolina, ma ha anche palesato qualche difficoltà vocale. In particolare l’intonazione è sembrata piuttosto imprecisa in varie occasioni sia negli attacchi sia nella salita agli acuti. L’atteso “Caro nome” è scivolato via senza pathos e anche senza che si sentissero particolari preziosismi tecnici: i trilli, per esempio, sono parsi di effetto rivedibile. Riuscito, ma striminzito e flebile il mi bemolle in chiusura del duetto con Rigoletto del secondo atto (Sì, vendetta). Nel quartetto la voce, piccolina e poco proiettata, passava a stento l’orchestra. Un po’ meglio nella scena finale, ma da un’artista della sua fama mi sarei aspettato una prova più convincente.
Ha ben figurato la coppia di “cattivi” composta dal truce ma non truculento Sparafucile di Michail Ryssov, che ha sfumato con una punta d’ironia l’interpretazione, e la Maddalena di Francesca Franci, contenuta nell’esprimere una sensualità non troppo esibita.
Bravo Nicolò Ceriani nella difficile e fondamentale parte di Monterone.
Di buon livello tutti i comprimari: Annika Kaschenz (Giovanna), Angelo Nardinocchi (Marullo), Mario Bolognesi (Borsa), Giuliano Pelizon (Conte di Ceprano), Marta Calcaterra (Contessa di Ceprano), Loredana Pellizzari (Paggio) e Ivo Federico (Usciere di corte).
In ottima serata il Coro, ovviamente solo maschile.
Lo spettacolo è stato accolto con grande entusiasmo dal pubblico che ha applaudito spesso a scena aperta. Alle uscite singole, successo pieno e convinto per tutti e trionfo epocale per Francesco Meli e Luca Salsi.
Paolo Bullo