
| Manon Lescaut | Ermonela Jaho |
| Poussette | Linda Jung |
| Javotte | Louise Innes |
| Rosette | Brenda Patterson |
| La Chevalier Des Grieux | Matthew Polenzani |
| Lescaut | Russell Braun |
| Le Comte Des Grieux | Jean-Philippe Lafont |
| Guillot de Morfontaine | Christophe Mortagne |
| De Brètigny | William Shimell |
| Hótelier | Dario Russo |
| Deux Gardes | Ramtin Ghazavi e Devis Longo |
| Une marchande | Roberta Salvati |
| Marchand de chansons | Massimo Pagano |
| Marchand d'elixir | Andrea Semeraro |
| Un cuisinier | Mauro Venturini |
| Marchand de tabac | Young Hun Shin |
| Direttore d’orchestra | Fabio Luisi |
| Regia e costumi | Laurent Pelly |
| Scene | Chantal Thomas |
| Luci | Joȅl Adam |
| Coreografia | Lionel Hoche |
| Maestro del coro | Bruno Casoni |
| Coro e Orchestra del Teatro alla Scala | |
Nuova produzione Teatro alla Scala in coproduzione con
Royal Opera House Covent Garden, Londra;
Metropolitan Opera, New York;
Théȃtre du Capitole, Toulouse.
Anche al debutto operistico del maestro Fabio Luisi il pubblico scaligero ha decretato un inequivocabile successo finale, a nostro parere del tutto meritato.
La concertazione di Manon ha evitato la cipria e la leziosità settecentesca per concentrarsi sulla ricerca di colori, di sfumature, di accensioni appassionate di vibrante drammaticità, di lirismo ricco ora di languore ora di sensualità, esaltando così la teatralità dell'opera.
Non tutto è risultato proprio elegante, ci pare che alle figure di contorno – Guillot e De Brétigny, e le tre cocottes – sia stata negata un qual certa brillantezza sostituita da una caricatura più prossima alla farsa, ma anche così non ci pare sia stato sacrificato alcunché.
Il volume non sempre è stato regolato a meraviglia sulle qualità intrinseche delle voci dei protagonisti, non proprio preziose: assai frenetico è parso il quartetto e il terzetto del secondo atto, nonché il breve preludio del terzo atto, per non dimenticare l'eccesso di enfasi evidenziato nel grandioso concertato finale del quarto atto.
Ma le due arie di Manon del primo atto e “ Adieu, notre petite table” del secondo sono state descritte benissimo con leggerezza ed eleganza, sottolineando l'ingenuità e la sconsolata malinconia.
Archi trasparenti e dolcissimi hanno disegnato per il “sogno” di Des Grieux una atmosfera impressionistica dai colori orchestrali flou e quasi impalpabili. Il duetto finale del quinto atto ha emozionato grazie ai violini leggeri e ploranti nonché ad un dolente corno inglese. E appropriato è sicuramente il dinamismo crescente messo in campo dall'orchestra in “ Ah! Fuyez”: dal pianissimo iniziale carico di dolore al forte finale assai vibrante di passione. Qualche appunto lo si può fare al preludio del secondo atto, là dove si intrecciano i due temi di Des Grieux e quello frizzante e frivolo di Manon: avremmo meglio apprezzato qualche indugio in più nel contrasto tra la seriosità morbida dei celli del primo e la brillantezza saltellante in punta d'arco dei violini del secondo. Ben eseguito invece il contrasto tra l'ansia febbrile, assai cupa e nervosa, e lo stridente suono del triangolo ad illustrare lo scintillio dell'oro manipolato dagli avidi giocatori. Abbiamo notato una minore eccitazione nelle arie di Manon del terzo atto e una minor spensieratezza nel valzer del quarto atto. Ma magistrale è sicuramente l'andamento calmo e solenne del magnificat con volume sommesso mentre la preghiera di Manon si accende di screziature di blasfemia. Una lettura in definitiva da applaudire, magari aspettando qualche piccolo correttivo per divenire perfetta.
Ermonela Jaho sostituisce le annunciate prime donne ( Dessay e Netrebko) raccogliendo anch'essa un meritato successo. La parte di Manon, assai complessa, vuole un soprano lirico che sappia anche essere disinvolta nelle acrobatiche colorature del terzo atto, e il soprano albanese, anch'essa debuttante alla Scala, ci pare che si disimpegni bene.
Soprattutto l'interprete sembra aver colto in pieno il lungo percorso della protagonista: dalla povera adolescente di provincia tutta stordita e rassegnata nel primo atto alla donna turbata, malinconica ed indecisa tra la voglia di vivere nel lusso e l'amore semplice ma povero e sincero del secondo atto; dalla spensieratezza scintillante della cocotte tutta colorature, picchiettati, trilli e sovracuti del terzo - dove emerge una bellissima donna al centro di mille attenzioni maschili - alla seducente ed esperta nell'arte amatoria del terzo atto; dall'arrivista ossessionata dall'oro del quarto atto alla donna avvilita, umiliata e malata, che diviene saggia suo malgrado, mentre ricorda con tanta nostalgia i bei momenti d'amore col suo Des Grieux.
Ebbene, la cantante, senza avere un timbro smaltato, è leggera in “ Je suis encor tout étourdie” e “Voyons, Manon, plus de chimères”. Trepidante ed entusiasta nel primo duetto con Des Grieux. Appassionata nel recitativo che precede l'aria “ Adieu, notre petite table”, poi tutta presa da indugi, accento sommesso e chiaroscuri in piano ben calibrati.
Il “Je marche sur tous les chemins “ e la gavotte “ Obéissons quand leur voix appelle” la trovano invece in difficoltà nelle colorature e nelle scale che si inerpicano fino al Re sovracuto, piuttosto calante ed urlato in tutte e due le occasioni. Ma il duetto del terzo atto in San Sulpice è tutto giocato in equilibrio tra passionalità accesa e sensualità e languore, condito da un Sibemolle ben timbrato liberatorio alla fine dell'atto.
Forse non tutto lo scintillio e la eccitazione del gioco sono bene in mostra nel valzer del quarto atto, dove il lungo trillo sul Sol acuto e la salita al Do non sono irreprensibili, ma il duetto finale è da grande inteprete. Una emissione ora a fil di voce ora con una eccitazione malata, ma sempre a mezza voce, descrive una donna ormai matura e consapevole, distrutta da una vita che tanto le ha dato ma che ora toglie troppo presto. Gli archi trasparenti si spengono come la voce in un soffio di tenera malinconia sulla melodia dell'aria “des larmes”.
Se la cava benino anche Matthew Polenzani, anche se il timbro asettico, l'emissione ingolata e con le vocali sistematicamente aperte, nonché una articolazione del francese assai arruffata non ne fanno un interprete di riferimento. Ma il cantante è generoso, e fa tenerezza nel suo acceso e passionale confronto con la “ mantide” Manon. Il primo duetto è tutto giocato sullo stupore, già ricco di entusiasmo giovanile. Nel “sogno” abbandona presto l'emissione a mezza voce per sconfinare in un falsetto un po' troppo fisso, ma che esprime comunque con buona musicalità la dolcezza dell'innamorato. In “ Ah! Fuyez” buone le sfumature ma decisamente fibrosi i Sibemolle. Un po' monocorde e poco emozionato nel “ Manon sphinx étonnant” si carica di una disperazione tangibile in crescendo nel finale drammatico, in cui comunque l'interprete sa ben barcamenarsi tra la passione amorosa e il dolore dell'addio.
Discreto il Lescaut di Russell Braun, dal volume piccolo ma dotato di emissione morbida, almeno nei centri. Gli acuti sono corti e la parte non è nello specifico troppo esigente. L'interprete è una canaglia che sa essere brillante e leggero: “ Ne bronchez pas, soyez gentille”. Un po' disordinato nel quartetto del secondo atto. Nell'arietta tripartita “ A quoi bon l'économie” si destreggia bene nelle due sezioni brillanti e in quella di mezzo si pavoneggia con una rotondità d'emissione da finto sentimentalone davvero simpatica. Il profittatore e il traditore del quarto e dell'ultimo atto trovano infine disinvolta traduzione.
Ci dispiace ascoltare il famoso Jean-Philippe Lafont in così pessime condizioni vocali. Non si può certo accettare per la parte del conte Des Grieux una voce dall'emissione accidentata, tutta in vibrazione, corta in basso e in alto in palese e imbarazzante difficoltà. Col che l'aria ” Épouse quelque brave fille” perde di credibilità per assenza di autorevolezza e paternalismo bonario calmo e morbido.
Linda Jung, Louise Innes e Brenda Patterson sono le tre aguzze cocotte, rispettivamente: Poussette, Javotte e Rosette, piene di sufficiente verve.
Christophe Mortagne, Guillot de Monfontaine, urla al pari del De Brétigny di William Shimell, sostituendo al canto brillante un vociferare poco appropriato. I due sono attori bravissimi, certo non cicisbei, ma l'eleganza è altrove.
I comprimari paiono tutti fare del loro meglio.
Il coro di Bruno Casoni si merita gli applausi ma qualche sforamento dei tenori si è percepito più di una volta.
L'edizione messa in scena presenta qualche taglio. Al primo atto il grande movimento dei viaggiatori, dei postiglioni e borghesi. Al quarto atto la ripresa del coro degli imbroglioni e l'arietta di Guillot: “ j'enfourche aussi Pégase”. Al quinto, parte del duetto Des Grieux-Lescaut, la ripresa del coro degli arcieri e i recitativi tra Lescaut e il sergente.
Laurent Pelly firma un buon allestimento, ambientato nel tardo Ottocento ai tempi della composizione dell'opera, e disegna elegantemente i costumi della belle èpoque: gli uomini in frac nero e le donne con colori pastello e in fucsia per la “véritable sirène” Manon, durante il gioco delle carte all'hôtel de Transylvanie.
Le scene di Chantal Thomas sono essenziali: al primo atto il cortile spazioso e vuoto davanti ad una locanda di Amiens, qui solo immaginata. Al secondo atto una casetta piccolina piccolina, in cima ai tetti delle case di Parigi, raggiungibile attraverso una scala stretta e contorta. La passeggiata del Cours-la-Reine è costituita da praticabili inclinati come nella scena del gioco delle carte. Nella scena di San Sulpice le colonne pendenti e le sedie descrivono didascalicamente un luogo religioso. Infine nel quinto atto una desolata e vuota strada per Le Havre è fiocamente illuminata da lampioni sotto un plumbeo cielo carico di tragedia. Pelly descrive benissimo il percorso di vita di Manon: dalla ragazza semplice un po' stordita ma già attenta a tutto ciò che la circonda e facile agli entusiasmi nel primo atto. Un po' civetta e sensuale nel secondo. Addirittura la ritroviamo “regina” di Parigi - ammirata e desiderata da tutti gli uomini, invero ossessionati da tutte le donne - mostro di egoismo e assai presuntuosa nel primo quadro del terzo. Amante e seduttrice, proprio come una mantide, nel secondo quadro del terzo. Fino alla piena coscienza della fine, quando l'umiliazione la rende però finalmente consapevole del proprio amore per Des Grieux. Il cavaliere è un po' succube di tale “sphinx étonnant”, è elegante, appassionato, vibrante nelle sue accensioni tipicamente giovanili, ma il canto di Polenzani lo rende ancor più piagnucoloso e lamentoso del necessario, un po' troppo ingessato. Lescaut fa lo sua figura di profittatore, schiavo del gioco e del bel vivere, e finisce per tradire la cugina e l'amico. Il conte Des Grieux ha autorevolezza ma ci sarebbe voluto ben altro canto da parte di Lafont. Al limite della pochade le tre cocottes, Guillot e De Brétigny.
Ma certamente Pelly evidenzia con bel intuito l'ossessione degli uomini per il giuoco, ma più ancora per le donne. Vestiti da “corvi” aspettano silenziosi sotto le scale della piccola casa il momento in cui la bella Manon si stuferà del giovanottone squattrinato. Sembrano un bel gregge di pecore pronti in massa a fare cose pazze per la “Regina“ di Parigi. Rincorrono tutte le donne incrociate durante la promenade e rapiscono come in un novello ratto della Sabine, da veri infoiati, addirittura le giovani ballerine dell'Opéra. E non stenterebbero a stuprare la povera Manon sulla strada di Le Havre se le guardie non facessero un minimo di attenzione. Una società così avida, cinica e volgare non poteva esimersi dal rappresentare anche la morbosità della curiosità, come nel primo atto, dove le finestre delle case che danno sul cortile della locanda di Amiens sono socchiuse o si aprono appena nel cortile si sente movimento: l'arrivo dei viaggiatori come il pestaggio di Guillot ad opera di un furioso Lescaut.
Le luci di Joël Adam sono funzionali.
La coreografia di Lionel Hoche è banale, ovviamente con le ballerine sulle punte non vi è concordanza con la musica settecentesca del balletto.
Il successo ha premiato alla fine tutti i protagonisti, qualche brontolamento, ma invero molto sommesso, è arrivato all'indirizzo dei responsabili dell'allestimento.
Ugo Malasoma