
| Luce | Tiziana Fabbricini |
| Samih | David Ferri Durà |
| il Frate | Paolo Coni |
| il Cavaliere | Davide Sotgiu |
| l'Infermiera | Marta Calcaterra |
| il Primario | Emanuele Cordaro |
| Direttore | Jordi Bernacer |
| Regia | Roberto Recchia |
| Scene e costumi | Benito Leonori |
| Ensemble dell'Orchestra Internazionale d’Italia | |
| Ensemble vocale dell’Accademia del Belcanto "Rodolfo Celletti" | |
Nominato tre anni or sono e verosimilmente destinato ad essere riconfermato per i prossimi tre alla direzione artistica del Festival della Valle d’Itria, Alberto Triola ha da subito cercato di dare una personale impronta alla programmazione della manifestazione martinese puntando sulla commissione di musiche originali di compositori emergenti. Nel 2010 era toccato a Mariano Paternoster elaborare un tema popolare pugliese per la messa a punto di un brano strumentale intitolato Daunie fantasie; Raffaele Grimaldi a sua volta si era cimentato in una pagina per soprano e due pianoforti ispirata al poemetto Salomè di Apollinaire.
Lo scorso anno, in occasione del 150mo dell’Unità d’Italia, Francesco Cilluffo ha offerto al pubblico del Valle d’Itria una rapsodia per coro misto, mezzosoprano e orchestra dal titolo Voci di tenebra azzurra per rappresentare la storia musicale italiana.
Quest’anno si è andati al di là dell’ovvio commissionando un’opera vera e propria al compositore abruzzese Marco Taralli, alla sua seconda esperienza melodrammatica, il quale ha utilizzato un libretto che Vincenzo De Vivo ha trattoda uno spunto originale dello scrittore Marco Buticchi. Le vicende di Nûr, questo il titolo dell’opera la cui traduzione italiana dall’arabo significa “luce” (Luce è anche il titolo di un’opera dimenticata che Stefano Gobatti, l’autore de I Goti, scrisse nel 1875), si svolgono nel corso di una notte, tra i letti di un improvvisato ospedale da campo predisposto nello spazio antistante la Basilica di Collemaggio, all’indomani del terribile terremoto del 6 aprile 2009 che ha distrutto la città de L’Aquila, tra feriti e sanitari. Tuttavia l’immane calamità in Nûr appare solo come sfondo per raccontare altre vicende, in particolare quelle della protagonista, Nûr appunto, che haperso la vista nel crollo della sua casa e che trascorre una notte di delirio, tormenti e visioni. Il suo dramma non è solo fisico ma interiore, nella ricerca di quella luce che è anche e soprattutto spirituale. Ciò non basta al team Taralli-De Vivo tant’è che il plot si arricchisce con il tema, oggi imprescindibile, dell’integrazione culturale e del superamento delle barriere religiose, del valore del dialogo e della forza salvifica del perdono. Da qui l’idea di portare la protagonista a materializzare nei propri pensieri due figure fortemente simboliche: Pietro da Morrone il futuro papa Celestino V che abdicò per tornare alla sua vita ascetica e l’ultimo Gran Maestro dell’Ordine dei Templari Jacques de Molay, mandato al rogo come eretico e in più a “ritrovare” in un giovane medico volontario, dai tratti arabi, il figlio strappatole alla nascita da un odioso pregiudizio.
Tutto il lavoro è impostato su colori foschi e cupi, passando attraverso la morbidezza di un ricordo lontano evocato da una semplicissima nenia araba, una delle pagine più suggestive emerse dalla partitura affidata ad un ensemble formato da pianoforte, archi,legni, ottoni, percussioni. La musica è chiaramente tonale ed è evidente il richiamo evocativo a Puccini, Zandonai persino a Rachmaninov non solo nello strumentale ma anche nella linea vocale che non rinuncia al fascino della melodia.
Tramutare tutta questa materia in uno spettacolo credibile ricco di risonanze simboliche non era facile. Il regista Roberto Recchia con intelligenza, e sempre con gusto avvertito, ha trovato felici soluzioni per sottolineare sul piano visivo gli improvvisi trapassi in chiave espressiva e la linea sottile che distingue la realtà dall’immaginazione aiutato in questo dalle scene essenziali firmate da Bruno Leonori.
Più che valido il cast degli interpreti a cominciare da Tiziana Fabbricini la quale fa quello che può vocalmente e tantissimo come interprete.
Paolo Coni è un Pietro da Morrone tonante e fortemente espressivo nei suoi interventi.
Efficace nel ruolo di De Molay il tenore David Sotgiu.
Bravo il giovane tenore David Ferri Durà che impersonava il giovane medico Samih, particolarmente apprezzato nella nenia araba.
Efficaci nei rispettivi ruoli il basso Emanuele Cordaro, il primario, e Marta Calcaterra l’infermiera.
Eccellenti l’ensemble dell’Orchestra Internazionale d’Italia e il Gruppo vocale di giovani cantanti dell’Accademia del Belcanto “Rodolfo Celletti” guidati con autorevolezza dal giovane direttore spagnolo Jordi Bernacèr. Successo entusiastico da parte di un pubblico numerosissimo e appagato.
Dino Foresio