
| Violetta Valery | Myrto Papatanasiu |
| Flora Bervoix | Gabriella Sborgi |
| Annina | Angela Ricci |
| Alfredo Germont | Ivan Magrì |
| Giorgio Germont | Luca Salsi |
| Gastone | Stefano Ferrari |
| Barone Douphol | Cristiano Palli |
| Marchese d’Obigny | Andrea Pistoleri |
| Dottor Grenvil | Alessandro Tirotta |
| Giuseppe | Alessandro Pucci |
| Domestico di Flora | Gianni Paci |
| Commissionario | Roberto Gattei |
| Regia | Henning Brockhaus |
| Scene | Josef Svoboda |
| Costumi | Giancarlo Colis |
| Luci | Henning Brockhaus e Fabrizio Gobbi |
| Coreografie | Emma Scialfa |
| Orchestra Filarmonica Marchigiana | |
| Coro Lirico “Bellini” | |
| Direttore: David Crescenzi | |
| Banda “Salvadei” Città di Macerata | |
| Concertatore e direttore |
Daniele Belardinelli |
Quando uno spettacolo viene riproposto a vent’anni di distanza nel luogo dove ha visto la luce, dopo innumerevoli riproposte in vari teatri, e riesce ancora a suscitare grandi emozioni nel pubblico come se lo si vedesse per la prima volta, si può a ben diritto parlare di allestimento storico. Scelta felicissima, quindi, quella del nuovo direttore artistico di Macerata Opera, Francesco Micheli, di aprire il festival 2012 con l’allestimento di Traviata che debuttò allo Sferisterio nel 1992 con la regia di Henning Brockhaus e le scene del compianto Josef Svoboda. Come già scritto in occasione di una ripresa al Teatro Ventidio Basso di Ascoli, “lo spettacolo mantiene un fascino e una freschezza ancora notevoli nonostante i progressi nel campo delle videoproiezioni e della multimedialità delle quali il lavoro del regista si può considerare precursore”, ma un enorme valore aggiunto è dato dal ritorno a casa, cioè nell’Arena Sferisterio, e con i teli originali restaurati. Tante le indicazioni registiche concepite per il grande spazio maceratese e che nei teatri tradizionali corrono il rischio di perdersi, come il ballo del primo atto che si realizza fuori dal perimetro del grande specchio, in penombra, mentre la scena è occupata solo da Violetta e Alfredo; e quando Alfredo attacca “Un dì felice, eterea” tutti si fermano, sospesi nel tempo e nello spazio. Discorso analogo per le luci: basti citare la lunghissima lama di luce bianca che nel buio totale attraversa il palco all’apertura dell’ultimo atto, su Violetta morente. Unico appunto, la non perfetta ricostruzione del grande specchio, composto di pannelli di alluminio cui è sovrapposta una pellicola di poliestere metallizzata che si è riempita di grinze, con conseguente compromissione della capacità riflettente, va detto anche per colpa dell’escursione termica e del forte vento che ha sferzato Macerata il giorno della prima. Il cast è stato perfettamente all’altezza della ripresa, trovando, anzi, nel coinvolgimento scenico motivi di valorizzazione rispetto a problemi vocali e di tenuta musicale più o meno accentuati. Myrtò Papatanasiu ha suscitato più di una perplessità dal punto di vista strettamente vocale, causa un registro acuto e sopracuto con note alquanto oscillanti e stimbrate (l’evitabilissimo mi bemolle alla chiusa del primo atto è stato davvero infelice) e una dizione che tendeva ad uniformare tutte le vocali in unico suono. Però è stata un’interprete pressoché perfetta, tanto nel fisico quanto nella gestualità: sfolgorante di bellezza e di fascino all’ingresso alla festa, durante “Ah fors’è lui” è bastato che si levasse prima le scarpe, poi la parrucca e infine la collana con tre semplici gesti, per mostrarsi come un’altra donna, affamata d’amore e di sincero affetto. E nel secondo atto, fra l’altro vocalmente molto più riuscito del primo, mentre Germont padre attacca “Pura siccome un’angelo”, la sua figura scarna in gonna lunga e camicia che si gira lentamente verso lo specchio riflettente un prato di margherite, simbolo di una primavera della vita che a lei non potrà mai toccare, con le braccia che si stringono quasi a volersi riscaldare dal gelo di una morte sempre più incombente, trasmette come non mai la consapevolezza che tutto è finito: la speranza di un vero amore, di una famiglia, di affetti sinceri. Ivan Magrì si è buttato nella musica e nel personaggio di Alfredo con una baldanza che lo ha portato, in alcuni momenti, a risultati anche apprezzabili all’ascolto, come nella cabaletta “Oh mio rimorso e infamia” chiusa da un do tenuto a dismisura e nell’invettiva “Ogni suo aver tal femmina”, e con una voce di bel colore . Tecnicamente, tuttavia, è sembrato che ci sia più di una cosa da sistemare, a partire dal cosiddetto “scalino” utilizzato per raggiungere le note di passaggio, ad alcuni slittamenti d’intonazione, al vibrato stretto che ogni tanto si manifestava. E non sono mancate gli scollamenti con l’orchestra, evidenti soprattutto durante l’aria e il duetto “Parigi o cara”. Decisamente il migliore in campo, Luca Salsi ha offerto una prova veramente da artista di rango. L’entrata è dura e sprezzante, con accenti quasi violenti sulle parole “Sì, dell'incauto che a rovina corre, ammaliato da voi”, poi apparentemente comprensivo su “E’ grave il sacrificio” per diventare crudele su “Sia pure... ma volubile sovente è l'uom...”, cantato quasi con la soddisfazione di sbattere in faccia a Violetta la speranza che Alfredo la possa tradire. Una visione che tende decisamente a fare di Germont il monumento all’ipocrisia e al bigottismo senza redenzione, però realizzata in modo molto convincente. Ottimo anche il legato sfoggiato nell’aria, e la sicurezza tecnica di una voce sempre appoggiata e benissimo proiettata. Molto brave anche le parti di fianco, fra le quali si sono distinte l’ottima Gabriella Sborgi come Flora e il sonoro Cristiano Palli come Douphol. Daniele Belardinelli sembra aver programmaticamente deciso di impostare la sua direzione come accompagnamento passivo dei cantanti, nel senso di limitarsi a tentare di seguirli qualsiasi tempo decidessero di tenere. Cosa che ha portato non pochi problemi di tenuta musicale generale, particolarmente avvertiti nell’aria di Alfredo, eseguita a velocità folle, ma soprattutto nel finale primo, dove il soprano rallentava e accelerava a piacimento. Ottimo il coro, benissimo preparato scenicamente e vocalmente. Arena praticamente esaurita in ogni ordine di posti, e pubblico che ha tributato un caldo consenso soprattutto a regista e baritono.
Domenico Ciccone