
| Anna Bolena | Mariella Devia |
| Giovanna Seyomour | Sonia Ganassi |
| Enrico VIII | Roberto Scandiuzzi |
| Lord Rochefort | Konstantin Gorny |
| Lord Riccardo Percy | Shalva Mukeria |
| Smeton | José Maria Lo Monaco |
| Sir Hervey | Luca Casalin |
| Direttore | Roberto Abbado |
| Regia | Graham Vick (ripresa da Stefano Trespidi) |
| Scene e costumi | Paul Brown (ripresi da Elena Cicorella) |
| Maestro del Coro | Piero Monti |
| Orchestra e Coro del Maggio Musicale Fiorentino | |
Gli artisti non sono dei robot e le circostanze esterne ad una recita possono condizionarne l’esito. Sorge quindi il sospetto che gli ennesimi venti di crisi ed un certo clima, pericolosamente rassegnato, attorno alle sorti della Fondazione del Maggio abbia influito su una serata molto attesa, ma che si è svolta su toni relativamente dimessi, soprattutto nella prima parte.
Vero è che l’ ”Anna Bolena” di Donizetti è opera tanto affascinante quanto prolissa, ma non è escluso che l’esecuzione, che ha stentato a decollare, sia stata influenzata dalle voci di imminente dissesto del teatro fiorentino, voci cui seguiranno diverse giornate di agitazione - peraltro neppure annunciate dal tristemente consueto comunicato sindacale prima dell’inizio dello spettacolo - che potrebbero portare alla cancellazione di tutte le repliche di questa produzione, o alla deprimente trasformazione delle stesse in esecuzioni col pianoforte.
La locandina di prestigio schierava nomi come Mariella Devia, Sonia Ganassi e Roberto Scandiuzzi, cui si affiancavano il tenore georgiano Shalva Mukeria, Roberto Abbado sul podio e la collaudata regia di Graham Vick.
Con un tale cartellone sarebbe ingeneroso non riconoscere molta dignità all’esecuzione ascoltata la sera della prima di giovedì scorso, ma si sa bene che l’opera non segue formule matematiche, dovendosi confrontare con numerosi fattori quali lo stato di forma dei singoli, la loro adattabilità ai singoli ruoli e, appunto, il clima in cui è nata la produzione.
Graham Vick alterna regie in cui imprime la sua mano con impronte estremamente personali e di forte impatto con altre di maniera e, a loro modo, convenzionali, nelle quali o sembra credere poco al titolo, oppure pare tirare via il lavoro con solido mestiere, limitandosi a concepire uno spazio scenico in cui far muovere i personaggi e poco più.
Sarà perché la ripresa non è stata curata direttamente da Vick, al solito molto analitico nel dirigere i protagonisti sulla scena, sarà per la poca cura con cui è stato conservato l’allestimento già visto al Filarmonico di Verona, sarà perché concepire una regia statica per un titolo già statico di per sé non pare un’idea vincente, ma l’impressione suscitata è stata quella di uno spettacolo di buona routine e con dietro una mano d’autore, che però non si solleva mai da un certo schematismo, al di là della pratica ingegnosità della pedana rotante, che alla fine diventa il percorso verso il patibolo di Anna, qualche squarcio visivamente suggestivo e alcune ideuzze (come la sfilata delle mogli di Re Enrico) inserite più o meno a proposito.
Roberto Abbado ha diretto con braccio insolitamente lento e poco incisivo un’orchestra non sempre precisa (al pari del coro), specialmente nel primo atto, nel quale pareva più che altro prestare attenzione al cauto inizio degli interpreti, assieme ai quali – a parte una vistosa eccezione – ha preso quota nella seconda parte dello spettacolo.
Sonia Ganassi ha perso lo smalto vocale che contraddistingueva la sua Seymour nelle recite di alcuni anni fa, testimoniate dal disco, in cui oscurava la stessa protagonista impersonata dalla Theodossiou, ma, dopo un inizio circospetto, ha sfoderato la consueta classe interpretativa nel grande duetto con Anna, al di là di qualche durezza e qualche nota acuta fissa .
Nel ruolo di Percy, Shalva Mukeria si è disimpegnato onorevolmente, sfoggiando un legato di alta classe e una certa facilità nella salita verso gli acuti richiesti da una parte notoriamente ostica. La voce appare poco penetrante, con un registro grave decisamente afono ed un timbro sostanzialmente effeminato, che si ripercuote sulla resa del personaggio, lontano dall’aulica eroicità di giovane romantico che Percy richiederebbe. E’ comunque efficace, anche negli accenti, in “Sin dall’età più tenera”.
Molto corretta e gradevole José Maria Lo Monaco nel ruolo en travesti di Smeton, che ha evitato eccessive aperture di suono nelle zone basse della tessitura che la parte sollecita spesso.
Detto poi del discreto Hervey di Luca Casalin e del modesto e cavernoso Konstantin Gorny, spiace purtroppo rilevare come la vocalità un tempo sontuosa di Roberto Scandiuzzi appaia gravemente compromessa. L’ampiezza e potenza di una voce di vero basso diventa quasi un boomerang in presenza di un’emissione ormai non più adeguatamente sostenuta, che produce una linea faticosa in ogni frase, oltre ad una quantità di suoni intubati e calanti che rende il suo Enrico VIII quasi caricaturale, al di là degli abiti volutamente grotteschi che la regia gli impone. Resta una generica autorevolezza che ovviamente gioverebbe, sulla carta, alla resa del ruolo, ma in queste condizioni vocali serve a poco, anche perché la cautela lo spinge verso un’invettiva verso Anna dimessa e quasi sussurrata.
Resta infine il principale motivo di interesse di questa produzione, ovvero il grande magistero vocale di Mariella Devia, la quale sta spendendo il suo magnifico autunno artistico affrontando ruoli che fino a dieci anni fa sembravano esserle preclusi, con ammirevole serietà e coraggio.
La parte di Anna Bolena non è quella più adatta alla sua delicata vocalità o alla sua personalità interpretava, più volta verso ruoli elegiaci, ma la Devia non ha mai compiuto un solo vero azzardo in tutta la sua carriera ed affronta la parte con la totale consapevolezza e padronanza dei propri mezzi, senza alcuna forzatura.
L’inizio della sua esecuzione è freddo e anche un po’ cauto - come è comprensibile in un ruolo tra i più impegnativi (e lunghi) del repertorio - però è anche estremamente preciso, con tanto di puntatura di tradizione al termine della prima cabaletta. Da quel momento in poi la sua performance è tutta un crescendo emotivo e vocale - nonostante l’omissione di qualche altro sovracuto, come quello al termine di “Ah segnata è la mia sorte” - che trova i climax più intensi, oltre che attesi, nel duetto con Seymour (con i dolenti accenti di “Va, infelice”), nell’attacco struggente di “Al dolce guidami” e infine negli scoppiettanti fuochi d’artificio finali di “Coppia iniqua”, dove la personalità della grande artista si affianca all’esecutrice ancora straordinaria e con l’ultima puntatura - perfettamente eseguita e tenuta - che lacera l’anima e su cui si libera il boato del pubblico del Comunale, gremito in ogni ordine di posto come non si vedeva da tempo.
Trionfo per la Devia, grandi applausi per le altre interpreti femminili, consensi di circostanza per gli altri.
Fabrizio Moschini