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Il Cordovano |
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| Donna Lorenza | Rosa Ricciotti |
| Cristina | Valentina Valente |
| Hortigosa | Antonella Trevisan |
| Cannizares | Giorgio Surjan |
| Un Compare | Gianluca Zampieri |
| Un Musico | Claudio Barbieri |
| La Guardia | Carlo di Cristofaro |
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Cavalleria Rusticana |
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| Santuzza | Giovanna Casolla |
| Turiddu | Nicola Martinucci |
| Alfio | Franco Giovine |
| Lola | Monica Minarelli |
| Mamma Lucia | Antonella Trevisan |
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Orchestra e Coro |
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Del |
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Teatro Dell’opera di Roma |
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| Direttore | Marcello Panni |
| M. Coro | Andrea Giorgi |
| Regia | Stefano Vizioli |
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| Scene Per Il Cordovano | Gianni DessÌ |
| Scene Per Cavalleria | Renato Guttuso |
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(rielaborate Da Maurizio Varamo) |
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| Costumi | Anne Marie Heinreich |
| Luci | Bruno Monopoli |
Dopo Tosca si prosegue all’Opera di Roma con un titolo di cartello e molto popolare abbinato ad un lavoro, forse meno noto, ma godibile quale Il Cordovano di Petrassi. Un abbinamento, come si legge nella conversazione con Marcello Panni e Stefano Vizioli inserita nel programma di sala (p. 18), voluto dall’autore, Petrassi, proprio per creare un contrasto con la sua divertente vicenda ispirata a Cervantes. Ed in effetti l’esito è stato recepito dal pubblico che ha applaudito. Il Cordovano narra la vicenda di Cannizares, un uomo sposato in vecchiaia con una giovane (differenza anagrafica di 50 anni !!!), ossessionato dal fatto che la moglie abbia comunicazioni all’esterno con persone che, in qualche modo, possano distrarla. Lui non le fa mancare nulla (ori, gioielli, vita comoda, ecc.), ma proprio questo stanca la giovane sposina Donna Lorenza che, incalzata dalla sua nipote Cristina, si lagna con la vicina Hortigosa (aborrita da Cannizares). Del grigiore coniugale e dell’inevitabile sorgere di possibili guai lo stesso Cannizares si lamenta a sua volta con un compare in strada. Per ‘smuovere un po’ le acque’ le due donne, Cristina e Lorenza si mettono d’accordo con la vicina Hortigosa che, con uno stratagemma, farà entrare un baldo giovane con il quale Lorenza potrà flirtare. Per far ciò si fa annunciare da Cannizares e gli racconta di un arazzo (Cordovano appunto) che deve vendere per fare un’opera di beneficenza. Si tratta di un’opera d’arte di notevolissime dimensioni attraverso la quale Hortigosa introduce questo giovane che, non visto dal padron di casa, si accomoda in una stanza. Cacciata in malo modo la vicina e rimproverato per questo dalla moglie, che intanto va nella stanza con il giovane, Cannizares si mette a leggere il giornale e a fumare in compagnia della nipote Cristina, quando ecco che la moglie dalla stanza, amoreggiando con il giovane si lascia andare a frasi di godimento e delizia, invitando Cristina ad entrare. La nipote, un po’ per complicità un po’ per scandalo, fa finta di nulla, ma Lorenza continua con frasi allusive, finché il marito spinto dalla curiosità va per aprire la porta e si prende una bacinella d’acqua in faccia che, per un momento, gli annebbia la vista. Il tempo per far scappare il giovane. Se prima Lorenza si lamentava per la vita troppo quieta e grigia, ora ha un motivo nuovo per lagnarsi: quello della gelosia del marito. Ne nasce un trambusto ed entrano in scena una guardia, musici e ballerini nonché la vicina Hortigosa che si professa innocente della baruffa nata tra i coniugi. Segue la pacificazione e a commento i musici intonano la canzone di S. Giovanni che, rabbioso e scornato, Cannizares deve ascoltarsi. L’opera in sé porta non poche situazioni e luoghi comuni già viste in opere buffe come Don Pasquale (in alcuni punti Cannizares e Pasquale vivono vicende analoghe accomunate dalla differenza di età tra marito e moglie per cui lo schiaffo dato a Pasquale e la bacinella lanciata a Cannizares sono pressoché sovrapponibili) o Barbiere e la musica di commento è assai efficace nel tratteggiare i diversi momenti che si susseguono. Si tratta di un’opera che, tuttavia, non ebbe nella sua prima rappresentazione un esito favorevole, anche perché Petrassi stesso si confessava poco incline al teatro. Tuttavia la lunghezza non eccessiva e la singolarità delle situazioni ci offrono materiale sul quale ridere. L’esecuzione è stata buona e, tra i cantanti, il migliore in campo è stato Surjan che da Scarpia è passato a Cannizares con disinvoltura e ha tratteggiato questo personaggio con indubbia comicità e buona voce. Delle tre donne dirò anzitutto che la scrittura vocale di Lorenza e Cristina non sono semplici (a tratti sembra udire la straussiana Zerbinetta con altezze che, se non vertiginose, sono però abbastanza ardue) rispetto a Hortigosa: due soprani (lirico e leggero) e un contralto. La Ricciotti e la Valente si sono disimpegnate bene anche se qua e là alcuni passaggi mostravano stridori nell’una e nell’altra. Efficiente, anche se in basso poco sonora, la Trevisan quale Hortigosa che però aveva una bella presenza scenica. C’è da osservare che l’opera prevede dai tre personaggi principali, nel finale, dei passi di danza che servono a sottolineare l’ironia della vicenda. Le scene di Dessì nella loro squadratura e forte prospettiva e la direzione di Panni che ha sottolineato in modo convincente l’appartenenza di questo lavoro al Novecento che guarda al da un lato a Picasso per la parte visiva e alla dodecafonia per quella musicale. Tutt’altro genere, come si è detto, è la notissima Cavalleria che si giovava delle scene di Guttuso rielaborate da Varamo con intelligenza e senso della stilizzazione. Due cose della parte visiva erano da sottolineare: il gioco delle luci e la presenza di pochi elementi in scena. Non c’era il paesello tanto caro alle riproduzioni tradizionali con chiesetta ed osteria, ma due colonne greche sulle rovine di un tempio in marmo bianco quasi a sottolineare la crudezza e, al contempo, la solarità che si accompagna alla vicenda. La regia di Vizioli alternava a momenti davvero notevoli altri che suscitavano perplessità. Notevole e singolare la presenza delle donne che lungo il coro iniziale «Gli aranci olezzano» sono intente a lavorare un drappo bianco per la Pasqua che verrà poi mostrato: la particolarità di questo gruppo di donne è che terminato il tema degli aranci (durante il quale hanno tolto i veli neri dal capo e si sono - per dirla con Butterfly -‘ravviate i capelli’ con fare sensuale che le faceva assomigliare alle sigaraie compagne di Carmen), non appena gli accordi si rendono tesi e torvi riprendono i loro veli e si chiudono come delle mummie nere uscendo di scena, mentre inizia la prima parte del dialogo Santuzza-Lucia. Ugualmente nel finale Santuzza resta sola in scena e si copre con un velo nero, mentre l’orchestra conclude con gli accordi che sappiamo. Molto simpatico l’uso di masse coreografiche per l’ingresso di Alfio e ugualmente vivace la scena del brindisi. Un po’ meno mi ha convinto la processione verso la Chiesa dei devoti con il prete (in paramenti rossi !!!!! Cosa illogica e censurabile perché Pasqua ha come colore liturgico il bianco. Il rosso è solo per la Domenica delle Palme e per il Venerdì santo ed indica lo spargimento di sangue di Cristo) molto fluttuante e a gambero (un passo avanti e due indietro e così via). Ugualmente strano mi pare l’atteggiamento di Turiddu che, dopo aver gettato in terra Santuzza, nella parte finale del suo duetto, e prima della maledizione, pronunciando parole dure e minacciose, non fa altro che accarezzare, anch’egli prostrato accanto alla sua fiamma, la giovane sedotta. La direzione di Panni ha mostrato molto bene le tinte mediterranee della partitura evitando però di cadere nell’enfasi. Buona è stata la conduzione soprattutto nei confronti dei cantanti principali. E qui inizio a parlare della parte più allettante dello spettacolo. Giovanna Casolla è stata una splendida Santuzza: voce calda, voluminosa, a tratti possente ha coinvolto tutti. Qui faccio un specificazione: la Casolla, che da anni macina un repertorio oneroso fatto di Minnie, Turandot e Gioconde, si è calata in questo apparentemente semplice personaggio di Santuzza non risolvendo tutto con la voce ripresentando cioè l’icona della grande che entra in personaggi piccoli ‘per compiacenza’, ma analizzando la frase e usando una gamma di colori notevolissima. A momenti travolgente nella massa sonora sfoggiata (la parte centrale del suo iniziale racconto), a tratti alitata (in certi passi del duetto con Alfio), a tratti di una morbidezza e di una dolcezza straordinarie (il suo «No, no Turiddu rimani ancora» era una meraviglia di commozione) era una Santuzza veramente validissima e anche moderna nell’impostazione. Da una cantante generosa come la grande Giovanna ci si poteva attendere l’intrappolarsi in luoghi veristi. Niente di tutto questo !!! Anche la ‘mala Pasqua’ era detto con la sapienza di una grande attrice ed ugualmente i vari sottintesi sarcastici verso Lola. Ma tutto nel gusto e nella sobrietà che non significa asetticità espressiva. Grandissima prestazione in definitiva. Aggiungo un’ulteriore postilla: è davvero un peccato che la Casolla non abbia ancora fissato questo ruolo in disco. Martinucci le era un gradino al di sotto, ma ci ha dato un bel Turiddu. Non ideale nella sua siciliana iniziale dove la voce non mi pareva a suo agio, l’interprete si riscattava in seguito con una bella recitazione. Il canto fa avvertire l’usura dell’organo vocale, però il volume c’è ed ugualmente nello squillo (anche se in un personaggio come Turiddu è relativo) non demeritava. Particolarmente toccante, ma lontana dal premere il pedale, è stato l’Addio alla madre. L’Alfio di Giovine vantava un approccio al personaggio molto giovanile. Il timbro sostanzialmente chiaro ne evidenziava questa caratteristica, ma dire chiaro non significa debole: durante il duetto con Santuzza il personaggio veniva fuori molto bene attraverso una gradualità espressiva in crescendo. Dallo sbigottimento iniziale («Che avete detto ?») fino al trascinante «Comare Santa …Ad essi non perdono» in cui la voce evidenziava una robustezza davvero notevole. Glaciale anche nello scontro con Turiddu, Giovine ci ha dato, tutto sommato, anche lui un bel ritratto del personaggio. Bene anche la Minarelli come Lola molto beffarda nel confronto con Santuzza e dotata di bella presenza scenica e altrettanto può dirsi della Trevisan come Lucia. Il Coro ha funzionato bene nei suoi vari interventi (e in Cavalleria non sono pochi, né ininfluenti all’economia della vicenda). Vivo successo da parte del pubblico. Termino dicendo quanto segue: non pensate che abbia cambiato idea circa Cavalleria Rusticana (non ritratto quelli che sono i miei sentimenti verso quest’opera che personalmente non amo per tanti motivi), ma dopo M. Victoire e Tosca, posso dire che, finalmente, ho assistito ad un’esecuzione di quest’opera, se non particolarmente trascinante, molto ben fatta !
Luca Di Girolamo