
| Floria Tosca | Daniela Longhi |
| Mario Cavaradossi | Richard Leech |
| Il Barone Scarpia | Giorgio Surian |
| Cesare Angelotti | Michail Ryssov |
| Il Sacrestano | Romano Franceschetto |
| Spoletta | Aldo Orsolini |
| Sciarrone | Stefano Meo |
| Un Carc | Angelo Rossi |
| Un Pastore | Matteo Nardinocchi |
| Regia | Giuseppe Giuliano |
| Scene | Ettore Rondelli |
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(dai Bozzetti di Hohenstein) |
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| Luci | Bruno Monopoli |
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Orchestra e Coro del Teatro Dell’opera di Roma |
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| Direttore | Steven Mercurio |
| Maestro del Coro | Andrea Giorgi |
| Coro di Voci Bianche Aureliano Diretto Da | Bruna Liguori Valenti |
Terza opera in cartellone nel massimo teatro capitolino è Tosca. Vale a dire l’opera che è legata a doppio filo con la Città Eterna tanto per la sua ambientazione quanto per il fatto che proprio in questo teatro vide la luce oltre un secolo fa il 14 gennaio 1900. Un lavoro dai forti contenuti drammatici dove - riprendendo M. Carner – sesso, religione e sangue si mescolano dando origine ad un congegno esplosivo e tale da non conoscere, tolto forse il «Vissi d’arte», momenti di tregua. Tutto in Tosca si sussegue con serratezza e dai 5 atti dell’originale di Sardou, Puccini ha condensato tutto in 3 atti per un totale di poco meno di 2 ore di musica. La vicenda della sfortunata cantante romana è stata oggetto di molte riduzioni cinematografiche (oltre che ai famosi filmopera nei luoghi oppure non). Prima di iniziare la mia recensione mi vorrei soffermare su una di queste versioni cinematografiche, quella di Luigi Magni che anni orsono mi divertì molto anche per la bravura degli attori (anche in ruoli minori si avevano personalità come A. Fabrizi, F. Fiorentini, U. Orsini, oltre ai tre protagonisti principali nel trio Vitti-Proietti-Gassman, quest’ultimo grandissimo Scarpia). Tutto questo insieme di elementi per dire due cose: anzitutto che la popolarità di quest’opera qui a Roma è palpabile e per chi vi è nato, come il sottoscritto, è difficile non passare davanti a Castel S. Angelo e non riandare con la mente agli accordi dell’inizio del III atto del capolavoro pucciniano. In secondo luogo: parlando di divertimento devo dire che nella rappresentazione alla quale ho assistito non si era particolarmente lieti. Diciamo subito che brutture vere e proprie non ce n’erano, ma errori di lettura e di visione questo sì. La direzione non mi ha entusiasmato. Pesante e lenta nel duetto d’amore del I atto, non sottolineava neppure il carattere inquisitorio e spettrale dell’ingresso di Scarpia e del successivo interrogatorio con il Sacrestano (il ricordo della triade dei direttori: De Sabata-Karajan (I edizione)-Sinopoli che hanno commentato questa scena è impossibile scacciarlo dalla mente). Inoltre il Te Deum mi è sembrato carente di solennità. Nel II atto le cose erano migliori, ma non ascoltavo dall’orchestra dei timbri che evocavano la terribilità della tortura oppure la devastazione psicologica dei personaggi (specie quello della protagonista). Il III atto aveva un’introduzione in cui non particolarmente avvertivo la pittura d’ambiente con i vari rintocchi di campane sempre e tutti uguali nella loro intensità. Di direzioni migliori di quest’opera (in teatro e in disco) ne ho sentite in nutrito numero. La Longhi è stata una Tosca di buona presenza scenica e di buona voce al centro e l’interprete non è stata esagitata (come - a volte - il personaggio, anche in forza della situazione scenica, suggerisce). In alto non era disinvolta e alcuni suoni denotavano sforzo e asprezza (il do del racconto della lama del III atto era tutt’altro che ineccepibile). In basso la tendenza ad incupire e la dizione ne era lesa. Nel I atto, durante il duetto è incorsa in alcune ‘papere’ del testo (es. ‘dai prati e dai roveti’, invece che ‘dai boschi e dai roveti’). Il suo «Vissi d’arte» non mi ha entusiasmato particolarmente in quanto mi è parso frettoloso e con poche sfumature. Richard Leech è stato un buon Cavaradossi: la voce presentava qua e là vibrato, ma il timbro era luminoso, gli acuti c’erano e la chiara dizione si faceva valere. Un Mario forse non mediterraneo, ma attraente. Lo Scarpia di Surian, molto composto e signore nel I atto durante il dialogo con Tosca, manteneva questa visione nobile del personaggio anche nel II, anche se talvolta incorreva in scatti espressivi che esprimevano più un nevrotico che una persona efferata. Vocalmente era valido, anche se in alcune espansioni del registro superiore non a suo agio. La voce, ad esempio, non emergeva nel Te Deum. Tutto sommato una prestazione non memorabile, ma largamente soddisfacente. Dei personaggi minori metto subito al primo posto lo Spoletta di Aldo Orsolini: buona voce e buona dizione si accompagnavano ad una visione del personaggio viscida ed inquietante. Una sorta di gentile e, al contempo, crudele vampiro (la sua testa calva unita alla gestualità non poche volte evocavano il Nosferatu di K. Kinski) e buon gioco era anche il suo muoversi in scena. Insomma una bella prestazione. Meno convincente il sacrestano di Franceschetto: non ha cantato male aggiungendo cioè il bagaglio di camuffamenti vocali che siamo soliti sentire, ma la gestualità mi è parsa eccessiva e questo non mi pare sia appropriato. In fondo il sacrestano in Tosca, almeno per me, non deve fare il clown, ma commentare ironicamente quello che avviene (e sappiamo quanti caratteri passano per le chiese, specie quelle nel centro delle grandi città) e sentire terrore nel dialogo con Scarpia. Angelotti non è un personaggio che si fa notare per qualche aria solistica e Ryssov lo ha ritratto in modo sbrigativo e in modo nemmeno troppo attraente. Meo e Rossi erano efficienti nelle loro parti e il pastorello di Nardinocchi sfoggiava una bella vocina. Le scene erano quelle di Rondelli riprese da Hohenstein. Ho già visto questo allestimento un paio di volte e mi sembra vecchio anche se ad un primo impatto può apparire attraente. Si è verificata una cosa che mi ha fatto sorridere, ma che può far pensare: all’inizio del II atto si sa che Scarpia apre la finestra per ascoltare lo ‘strimpellar di gavotte’, ma si vedeva che la finestra doveva essere mantenuta aperta perché aveva la tendenza a richiudersi come difatti è accaduto, perciò l’effetto di lontananza è stato compromesso in quanto sembrava che le voci esterne fossero in realtà in scena. Da non contare poi che ad un certo punto Scarpia spazientito chiude (come da libretto) la finestra. Dentro di me dicevo: ‘ed ora che cosa chiude ?’ Perché non pensare a queste cose ? La regia di Giuliano è stata di normale amministrazione, anche se mi sono parse fuor di luogo due cose: l’eccessivo dimenarsi di Scarpia che, accoltellato, comincia a schizzare da un lato all’altro del suo studio rovesciando un paio di poltroncine. Poi la folla che c’era sulla piattaforma di Castel S. Angelo (trattandosi di una rappresentazione teatrale non credo sia giusto distrarre lo spettatore dalla bellissima musica che introduce l’epilogo della vicenda): cosa ci stava a fare non lo so proprio e a quell’ora poi ! Il gioco delle luci era valido in alcuni spunti dei primi 2 atti: il Te Deum era giustamente sinistro lasciando in primo piano Scarpia immerso, come sappiamo, in pensieri tutt’altro che religiosi, come il successivo commento alla morte di Scarpia. Ancora una volta però ho assistito al sorgere del sole da S. Pietro: ma anche a Roma non ci si rende conto che è qualcosa di sballato, quando in realtà, su questo punto, un accorto uso delle luci potrebbe giovare enormemente a tutto il quadro scenografico ? Il Teatro vedeva molti spettatori (la platea era piena) che hanno applaudito nei momenti canonici dell’opera ed ugualmente alle chiamate degli artisti.
Luca Di Girolamo