
| Le Marquis De La Force | Christopher Robertson |
| Blanche, Sa Fille | Dagmar Schellenberger |
| Le Chevalier, Son Fils | Gordon Gietz |
| Mme De Croissy, La Prieure | Anja Silja |
| Mme Lidoine, La Nouvelle Prieure | Elisabete Matos |
| Mère Marie | Barbara Dever |
| Soeur Constance | Laura Aikin |
| Mère Jeanne | Annamaria Popescu |
| Soeur Mathilde | Sara Allegretta |
| L'aumonier | Mario Bolognesi |
| Officier | Giuseppe Altomare |
| 1° Commissaire | Gregory Bonfatti |
| 2° Commissaire | Ernesto Panariello |
| Le Geolier | Philippe Fourcade |
| Thierry | Danilo Serraiocco |
| Monsieur Javelinot | Francesco Musinu |
| Voix De Femme | Sae Kyung Rim |
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Direttore e Concertatore D'orchestra |
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Riccardo Muti |
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| Maestro del Coro | Bruno Casoni |
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Orchestra e Coro del Teatro alla Scala di Milano |
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| Regia | Robert Carsen |
| Scene | Michael Levine |
| Costumi | Falk Bauer |
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Teatro alla Scala Agli Arcimboldi |
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L'occasione per smentire i suoi detrattori, che lo accusavano di essere un autore gradevole e salottiero e nulla più, venne a Poulenc quando si imbatté in un testo teatrale di Bernanos, che lo stimolava a tratteggiare complesse figure femminili. Georges Bernanos scrisse i "Dialogues des carmélites" nell'inverno '47-'48 come elaborazione del romanzo " l'ultima al patibolo "del 1931 di Gertrud von le Fort, che si rifaceva ad un episodio della Rivoluzione francese effettivamente accaduto, il ghigliottinamento di 16 carmelitane il 17 luglio 1794. Ricordi che nel 1953 aveva proposto a Poulenc un balletto per il Teatro alla Scala su argomento religioso, al rifiuto del compositore, gli propose in alternativa i Dialogues des carmelites di Bernanos che stavano mietendo un gran successo di pubblico nei teatri d'Europa. La composizione richiese quasi tre anni, dall'agosto '53 al giugno '56. A metà dell'impresa Poulenc venne rallentato da una crisi nervosa, e la composizione si fece ancor più sofferta. La prima rappresentazione alla Scala venne cantata in italiano nel gennaio del '57 su traduzione di Testi, mentre la prima in francese avvenne il 21 giugno 1957 all'Opéra di Parigi. La continua tensione poetica del testo di Bernanos non concede le tradizionali alternanze di recitativi ed arie, ma invita alla continuità dell'azione, in una vocalità congeniale a Poulenc e alla tradizione francese fin dal Pelléas di Debussy e giustifica pienamente il titolo di "dialoghi". L'emozione che scaturisce dagli accenni alla morte, alla paura, al dolore e al senso della "storia" fanno sì che gli ascoltatori siano sempre vicini alle vibrazioni psicologiche, agli stati d'animo e ai pensieri delle protagoniste. Molti sono i riferimenti utilizzati nel linguaggio musicale a Debussy, a Mussorgskij, a Massenet , a Puccini e a Stravinskij. Nel primo atto, quadro primo, figurazioni ostinate ed incalzanti dell' orchestra accompagnano il dialogo tra il marchese de la Force e suo figlio, preoccupati da un lato dai tumulti dovuti al diffuso malcontento popolare e dall'altro dalla fragilità emotiva di Blanche, figlia del marchese, fanciulla paurosa ed impressionabile. Blanche, animata da sentimenti religiosi e sentendosi inadatta a vivere nel mondo, annuncia al padre che vuole entrare nel convento del Carmelo; per la prima volta si ode il tema musicale che la caratterizza. Nonostante l'ammonimento paterno a non abbandonare il mondo per disprezzo, la determinazione di Blanche vince ogni resistenza; si affaccia un motivo ascendente ostinato, il tema della morte, che accompagnerà anche le monache al patibolo. Nel secondo quadro, il colloquio tra la priora del convento madame de Croissy e Blanche inizia con il tema della morte con cui si era concluso il quadro precedente , in esso si sottolinea la trepidazione e l'ingenuità di Blanche in confronto alla brutalità della priora, ormai stanca e malata. Rimarchevoli sono le parole dette dalla priora :" noi siamo una casa di preghiera, perché soltanto la preghiera giustifica la nostra esistenza; chi non crede nella preghiera non può fare altro che scambiarci per impostori o parassiti ". Nel terzo quadro, la musica diviene lieta e spensierata e descrive come meglio non si potrebbe la frivolezza di suor Constance che , malgrado l'allegria del suo carattere, ha in cuor suo la certezza che morirà giovane e insieme a Blanche. La serenità con cui viene rappresentata musicalmente l'eventualità della morte si contrappone all'oboe che disegna figurazioni solistiche malinconiche ed introduce il quarto quadro, drammaticissimo. Qui la priora ormai prossima alla morte tra atroci sofferenze, non nasconde a suor Marie la paura della solitudine davanti al dolore e alla morte. Quando la priora dice : "ho meditato sulla morte ogni ora della mia vita, e ora tutto questo non mi serve a niente ", l'orchestra scandisce inesorabilmente il tempo che passa, come se in sottofondo ci fosse una pendola. Prima dell'entrata in scena di Blanche, chiamata dalla priora ad un'ultima benedizione, si evidenzia in orchestra una chiara citazione dalla Tosca. Ma l'angoscia dell'agonia della priora induce ad una stretta musicale piena di rabbia e scarti all'acuto in progressione, fino al finale dolce e sospeso con il suono delle campane in sottofondo a determinare la pace raggiunta solo con la morte; lo scampanio cita palesemente Mussorgskij. Nel secondo atto, quadro primo durante la veglia funebre per la priora, Blanche e Constance pregano con all'inizio un accompagnamento del solo violino che poi si arricchisce degli strumentini su un tema barocco, fino ad un duo di religiosa armonia. Blanche rimasta sola e presa da paura abbandona la salma; Madre Marie che la sorprende, prima la rimprovera con severità poi cerca di aiutarla a superare la crisi. Nell'interludio primo, ancora Blanche e Constance discutono sulla morte della vecchia priora accompagnate da un requiem che cresce d'intensità fino ad un rasserenamento finale, compare il motivo della salita al patibolo e quello di Blanche. Nel quadro secondo, accordi continui come un canto liturgico presentano la nuova priora, Madame Lidoine, che riceve l'obbedienza dalle monache e raccomanda loro umiltà e preghiera e le mette in guardia contro gli eventi che il tempo sta maturando. La musica sembra scandire in maniera metronomica il tempo che passa inesorabile, identico nonostante le traversie . Dolcissima e polifonica è l'Ave Maria delle monache che conclude la cerimonia dell'obbedienza. Nel terzo quadro, arriva al convento il Cavaliere de la Force, fratello di Blanche, che la vuole salutare prima di fuggire all'estero. Il Cavaliere cerca di convincere la sorella a fuggire con lui e, al di lei diniego, la rimprovera di voler rimanere solo per paura. L'interludio che precede il duetto è un chiaro omaggio a Mussorgskij, poi la musica alterna agli archi, che "perorano" liricamente al modo massenettiano, il tutto orchestrale agitato e nervoso, legato all'impotenza del fratello a convincere Blanche. Madre Marie consola Blanche, che aveva finto un coraggio posticcio, richiamandola ad una fierezza che persino la musica osa evocare. Nel quarto quadro, anche i conventi non vengono risparmiati dalla furia dei rivoluzionari. Il cappellano viene proscritto, al punto che deve travestirsi, in orchestra viene sottolineato un ostinato funebre, cerca di fuggire ma la folla inferocita circonda il convento. Il decreto rivoluzionario prevede che i conventi vengano evacuati e venduti, e i religiosi dispersi. Ancora citazioni dal Boris , nel duetto tra il primo commissario e Madre Marie. Alla calma delle suore si contrappone in orchestra un ritmo di marcia guerresca con rullo di tamburo. Nel terzo atto, quadro primo, una marcia solenne tipo sarabanda ci introduce nella cappella devastata del Carmelo, dove Madre Marie propone alle suore di fare assieme il voto del martirio. La decisione deve essere presa all'unanimità, a scrutinio segreto. Il cappellano raccoglierà il voto sotto il sigillo sacramentale. C'è una sola opposizione, ma non è quella presumibile di Blanche, è quella di Constance che però si ricrede e si unisce alla volontà delle consorelle; con l'offerta della vita a Dio, la musica, calma, sembra rasserenare l'ambiente., ma il finale ripropone la drammaticità della situazione. Gli accordi dell'inizio del Boris, nell'interludio primo, accompagnano gli ufficiali della rivoluzione che si complimentano con le religiose credendo abbiano abbandonato la vita monastica. Un tema mesto ma nobile, in crescendo, carico del fardello di una vita che si fa vieppiù sofferta descrive il secondo quadro. Siamo nella casa de la Force, il tema del marchese, presente anche nel primo atto, accompagna Blanche che, con abiti civili, fa la serva ai nuovi padroni di casa; il padre è stato ghigliottinato. Viene raggiunta da Madre Marie, anche lei in abiti civili, che cerca di convincere Blanche a nascondersi in altro luogo, più sicuro. La calma di Marie si contrappone alla veemenza, alla rabbia e alla paura di Blanche. Nel quadro terzo, le suore sono rinchiuse in una cella della Conciergerie, la nuova priora accetta il martirio pur non essendo stata presente quando fu fatto il voto. La musica è carica di mestizia ma anche di grande dignità, l'oboe disegna figurazioni melodiose. Il tribunale della rivoluzione condanna a morte le suore, e la priora ribadisce il proprio senso di responsabilità; la musica é distesa, serena. Nell'interludio terzo, Madre Marie, fuori dal carcere, è preda dei sensi di colpa per aver abbandonato le consorelle, il cappellano cerca di sopire l'angoscia montante. Nel quadro quarto, le suore salgono al patibolo accompagnate da un tema musicale marziale e molto scandito ritmicamente, che riprende l'ostinato funebre già altre volte ascoltato, poi cantano il Salve Regina, uno dei momenti più significativi dell'intera musica del novecento. Blanche, confusa tra la folla, priva finalmente di ogni timore, si fa largo tra la gente e sale al supplizio, accolta con gioia da suor Constance. Una alla volta le voci delle suore tacciono. Pur essendo una ripresa, lo spettacolo di Carsen continua ad emozionare e lascia attoniti per la intelligenza e la profondità di lettura. Una così evidente adesione registica al testo e alla musica è invero cosa rara oggi giorno. Come non rimanere ammirati di fronte a quelle nude scene così semplici ma arricchite da quei fasci di luce che ricordano la sapienza pittorica di un Caravaggio , dalla luce bianca ed intensa durante la vestizione di Blanche quasi a descrivere la Grazia discendente o durante la veglia della salma della vecchia priora avvolta in un sudario bianchissimo,con quei lumini a circondare Blanche e Constance o quando l'ombra di un domestico si erge enorme sul fondale illuminato a spaventare Blanche , alla luce color arancio della scena del duetto Blanche-Constance con il corollario della operosità della comunità delle monache o della scena della devastazione del carmelo ,al buio del duetto Madre Marie-Blanche nella biblioteca del marchese , alla lucentezza lunare del quadro della Conciergerie, quasi ad alludere all'acciaio della ghigliottina. Il ricorrente bisogno di restringere la scena perché lo spettatore si concentri sempre più sul gesto e sulla parola carica di lancinante sofferenza umana; quel popolo a condizionare i dialoghi e i pensieri di quelle pecorelle riunite al centro della scena a far gregge, così smarrite davanti agli eventi più grandi di loro . Intuizioni geniali, come il non far morire Mme Croissy a letto ma in ginocchio, dopo aver quasi bestemmiato,con quell'atteggiamento raccolto in religiosa e dolorosa preghiera, circondata dalle monache riverse a terra in umiliazione per il trapasso. Quel quadrilatero soffocante, costituito dal popolo evocato dal racconto del marchese, di rosso vestito, a far macchia di colore contro l'uniforme marrone circostante ,che già anticipa la sua prossima morte . La scena del duetto Blanche-Cavaliere dove le monache fungono da grata divisoria come in un parlatorio del carcere e dove i due protagonisti sono divisi dalla musica e dagli eventi amari della vita, e dove neppure un abbraccio è concesso loro. I fiori che appaiono sotto il sudario quasi che la morte in grazia sappia ridare vita e colore e gioia . E infine quel capolavoro del finale dove le quindici monache si spogliano dei loro vestiti borghesi e in bianche vesti occupano tutta la scena ; come si muovessero a ritmo di danza si ripiegano ad una ad una e si distendono in terra a braccia aperte come un Cristo in croce. Bianca si fa largo tra la folla, si priva del suo vestito, ed è l'ultima che rimane a cantare il Salve Regina ; rimane in piedi ma anch'essa a braccia aperte, come a congiungersi in definitiva comunanza di grazia col Padre. Nella sottolineatura dei minimi scarti del cuore e della mente, Muti si immerge con l'umiltà di chi ci vuole accompagnare a scandagliare l'essenziale e non il superfluo. Abbandonati le grandi masse corali e i concertati faraonici, diviene strumento di veicolazione della tenerezza e della semplicità di chi non teme le miserie e le debolezze dell'animo umano. Pochi indugi sentimentalistici, come nel duetto Blanche-Cavaliere , dove un tempo più serrato evita di enfatizzare la pietà e la commozione dell'incontro dei due fratelli, o nel preludio al quadro secondo del 3° atto dove l'asciuttezza dei contorni finisce per interpretare meglio l'impressionismo orchestrale. Perfetto il serratissimo accompagnamento del racconto della carrozza fatto dal Marchese , così come toccante è il suono degli archi al grave nell'introduzione al quadro secondo del 1° atto allorchè descrive la malinconia della vecchia Priora malata, ed anche il trascolorare nel preludio al quadro terzo sempre del 1° atto dai temi seriosi alla frivolezza del duetto Blanche-Constance . Incisivo nel martellante suono delle campane, ritmico e dissonante, allorquando inizia l'agonia della vecchia Priora e tenero il giusto quando Blanche balbetta davanti a Mme de Croissy ormai morta. E ancora, quanto sia pregnante nella descrizione della mestizia ma anche della grande dignità della musica nell'accompagnamento della nuova Priora nella scena del carcere. Interprete attento del fluire continuo di una musica che sa farsi largo nella mente degli ascoltatori con la forza di una spiritualità non di eroi ma di comuni mortali che si ritrovano ad aver paura davanti alla morte, nonostante la sperimentata fede in Dio. Pure i silenzi, di cui è piena la partitura , acquistano importanza inusitata , come anche il toccantissimo "Salve Regina "iniziato in un pp straordinario e che si è poi caricato di un crescendo emozionantissimo come il sospeso finale che chiudeva in dissolvenza l'opera. Sintonia completa, quindi, con l'Autore e rilievo all'orchestrazione fascinosa e mai sopra le righe, né prevaricante, in questo splendidamente coadiuvato da un'orchestra al suo massimo rendimento. Se c'è un rammarico lo possiamo individuare nell'inadeguatezza del troppo grande contenitore degli Arcimboldi, che rimane assolutamente sconsigliabile per questo tipo di opere che hanno bisogno di raccoglimento e di rispetto per il testo, la cui intelligibilità diviene fondamentale per una completa fruizione. Nonostante i tentativi di alleggerire il suono messi in atto dal maestro, molto spesso il canto lo si è solo intuito , come nel caso della prima scena, dove Robertson nella parte del marchese, pur palesando una emissione morbida e corretta è stato molte volte coperto o così come, l'intensissima vecchia priora della Silja ,al debutto scaligero, in grado, pur avendo un ruolo musicalmente caratterizzato da un recitativo secco e da una sillabazione brusca , di cantare sempre con un fraseggio che, seppure minato da un timbro inequivocabilmente senile, riesce a sottolineare, come solo le grandi artiste sono in grado di fare, la dimensione tragica della solitudine davanti alla morte. Blanche è interpretata dalla Schellenberger, con trepidazione e senso di smarrita rassegnazione di fronte alla ricorrente paura del vivere. Vengono sottolineate la fragilità e l'intima nevroticità del personaggio e la coerenza con cui trascolora verso una pace interiore faticosamente raggiunta nel finale, supportate da tecnica sopraffina. Graziosa la Constance della Aikin, dotata anche di validissime mezze voci e gradevole il Cavaliere di Gietz,, che dà vita con la Schellenberger ad un duetto di emozionante pregnanza. La Madame Lidoine della Matos mostra qualche impaccio nell'emissione, soprattutto negli acuti o quando deve arricchire il suo canto di un fraseggio che stenta a farsi largo. la Madre Marie della Dever è invece l'unica che svetta sopra il fiume sonoro, anche con autorevolezza degna del personaggio interpretato . Bravissimi tutti i comprimari e particolare menzione per l'aumonier di Mario Bolognesi; puntuale l'intervento del coro, sempre encomiabile . La serata è stata coronata da un grandissimo successo per Carsen e Muti e per tutti gli interpreti, e a me non resta che augurarmi che quest'opera resti in repertorio per tanti anni ancora.
Ugo Malasoma