LES VÊPRES SICILIENNES, Roma 2019

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violamargherita
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LES VÊPRES SICILIENNES, Roma 2019

Messaggio da violamargherita » 10 dic 2019 23:45

La storia interpretativa del Verdi francese riparte dall’esecuzione or ora terminata al Teatro Costanzi. Il massimo direttore vivente firma una concertazione epocale, che si capisce profondamente pensata e scrupolosamente preparata sin dalla scelta dei cantanti e del team registico. L’orchestra torna allo splendore dell’epoca mutiana, con in più una sensazione di libertà che lascia a bocca aperta (la sinfonia! i ballabili!). Le quasi cinque ore di spettacolo complessivo volano via in una tensione continua, addirittura insostenibile negli ultimi dieci minuti. L’unitarietà di stile e le qualità vocali del quartetto di protagonisti sono quanto di meglio. Alla Carrasco riesce la magia di incrociare lo stile recitativo furero con le geometrie geniali delle scene di Richard Peduzzi. È il mondo ctonio a produrre il dramma di una Sicilia lontana dalla retorica mascagnana, molto più vicina, invece, a una atmosfera polverosamente camilleriana. La verità mediterranea della Sicilia è la verità umanistica universale che ci proviene direttamente da Atene e da Alessandria d’Egitto. E noi ci sentiamo allo stesso tempo stretti tra questi oppressivi muri e liberati dalla magnificenza della musica verdiana. E il melodramma si fa roccia su cui costruire la vita.



cabaletta64
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Re: LES VÊPRES SICILIENNES, Roma 2019

Messaggio da cabaletta64 » 11 dic 2019 00:23

Accidenti....che poema....per descrivere i Vespri in francese.
Ho sempre preferito la versione Fusinato a quella di Scribe e Duveyrier, che Gatti sia il massimo direttore vivente credo che siate solo in due a pensarlo ( violamargherita e Daniele), che poi Gatti firmi una concertazione epocale, insomma.... nei primi due atti mi ricordava la concertazione di Gavazzeni dei Vespri di Roma 1964, (da banda paesana), poi decisamente meglio nei rimanente tre atti.
Dalle voci mi aspettavo di più da Frontali e Pertusi, la Roberta Mantegna è molto brava ed è una voce importante, Osborn da rivedere. Darei un giudizio più concreto se si potesse ascoltare la versione italiana, più dinamica e più drammatica di quella francese.

umangialaio
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Re: LES VÊPRES SICILIENNES, Roma 2019

Messaggio da umangialaio » 11 dic 2019 00:28

cabaletta64 ha scritto:
11 dic 2019 00:23
Accidenti....che poema....per descrivere i Vespri in francese.
Ho sempre preferito la versione Fusinato a quella di Scribe e Duveyrier, che Gatti sia il massimo direttore vivente credo che siate solo in due a pensarlo ( violamargherita e Daniele), che poi Gatti firmi una concertazione epocale, insomma.... nei primi due atti mi ricordava la concertazione di Gavazzeni dei Vespri di Roma 1964, (da banda paesana), poi decisamente meglio nei rimanente tre atti.
Dalle voci mi aspettavo di più da Frontali e Pertusi, la Roberta Mantegna è molto brava ed è una voce importante, Osborn da rivedere. Darei un giudizio più concreto se si potesse ascoltare la versione italiana, più dinamica e più drammatica di quella francese.
Scusa, chi è Daniele?

U

cabaletta64
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Re: LES VÊPRES SICILIENNES, Roma 2019

Messaggio da cabaletta64 » 11 dic 2019 00:35

umangialaio ha scritto:
11 dic 2019 00:28
cabaletta64 ha scritto:
11 dic 2019 00:23
Accidenti....che poema....per descrivere i Vespri in francese.
Ho sempre preferito la versione Fusinato a quella di Scribe e Duveyrier, che Gatti sia il massimo direttore vivente credo che siate solo in due a pensarlo ( violamargherita e Daniele), che poi Gatti firmi una concertazione epocale, insomma.... nei primi due atti mi ricordava la concertazione di Gavazzeni dei Vespri di Roma 1964, (da banda paesana), poi decisamente meglio nei rimanente tre atti.
Dalle voci mi aspettavo di più da Frontali e Pertusi, la Roberta Mantegna è molto brava ed è una voce importante, Osborn da rivedere. Darei un giudizio più concreto se si potesse ascoltare la versione italiana, più dinamica e più drammatica di quella francese.
Scusa, chi è Daniele?

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Daniele Gatti, il massimo direttore vivente.

ZetaZeta
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Re: LES VÊPRES SICILIENNES, Roma 2019

Messaggio da ZetaZeta » 11 dic 2019 04:37

L'apertura mi ricorda vagamente i cinegiornali Luce degli anni Trenta.

albertoemme
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Re: LES VÊPRES SICILIENNES, Roma 2019

Messaggio da albertoemme » 11 dic 2019 10:55

Ascoltato alla radio. Gatti ieri era veramente in serata eccellente. In tutto. Nel corso della lunga rappresentazione mi confrontavo col mio amico Fabio (che pure ha apprezzato) e sostenevo che nel balletto ha superato anche la storica concertazione di Muti. Io lo consiglierei ai Wiener per un futuro Neujahrskonzert tenuto conto degli esiti di Dudamel e Welser Most (ascolteremo Nelsons che -come Morricone aveva il gusto del Far West e lui quello del Far East- promette bene. Mantegna dopo le precedenti delusioni mi è piaciuta e ho tollerato serenamente quei due tre pasticci che per limiti tecnici non può non combinare. Di Osborn non ci si può assolutamente lamentare tenuto conto della complessità della parte che, a differenza del soprano, non ha voluto addomesticare. Le nolenti note vengono da Pertusi (che ha anche stonato) e da Frontali (che più che in declino sembrava non stesse bene vocalmente -succedeva anche a Cappuccilli).-

daphnis
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Re: LES VÊPRES SICILIENNES, Roma 2019

Messaggio da daphnis » 11 dic 2019 11:54

A Violamergherita rimprovero... la contrapposizione continua fra i due o tre prediletti e i non tali e le manifestazioni di odio per i non prediletti, ma poichè ieri c'ero, presente all'Opera di Roma, vi confermo che, nei fatti, sulla direzione di questi Vespri ha detto la sostanziale verità (io ho qualche sfumatura diversa sullo spettacolo, e adesso ne parliamo). Se vi annoia, e scatena cattiveria e opposizione, la ripetizione di "massimo direttore vivente", non la userò, ma è diritto di Viola pensarlo e anche dirlo senza che un popolo di odiatori, per meccanismo tipico dell'online, si scateni: sono modalità di cui proprio in questi giorni, nientemeno che il Papa e il Presidente Mattarella hanno parlato, l'odio online. Viola stessa non ne è esente, e questo può renderla meno efficace, ma l'attacco acido e astioso che subisce ogni volta che apre bocca non fa onore a chi le risponde in questi termini. Possiamo cercare, insieme, di portare su un piano diverso il dialogo? Cioé: lei meno fanatica e gli interlocutori meno acidi? Penso se ne gioverebbe tutto il nostro bellissimo forum OC.

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Ciò detto, provo, in termini credo calmi e non fanatici ma con legittimo apprezzamento per un interprete che amo, a riferirvi la mia su questa produzione.
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Sono fresco reduce dalla Tosca della Scala e sono approdato ai Vespri Siciliani dell'Opera di Roma. L'inaugurazione scaligera coincide con la fine di un ciclo di gestione artistica e organizzativa, mentre pare prosegua la direzione musicale: insieme, in quest' anni hanno dato della Scala un'immagine di un certo tipo confermata da questa Tosca. Una, in questo caso riuscitissima celebrazione e autocelebrazione del luogo (a mio avviso e lo ripeto: grande direzione di Chailly su spettacolo celebrativo ma anche visionario di Livermore, cui dare dello "zeffirelliano" come fosse un insulto è non conoscere, di questo regista, altri risvolti, vedasi il bellissimo e ardito e stilizzatissimo Otello di Genova) con titolo ultrapopolare e non molto "rischioso" (a parte i tagli aperti dal direttore) e adatto, appunto, a celebrare e autocelebrare. Niente di male, quando la qualità è alta, com'è stata, a mio parere, quella della Tosca scaligera.
Ma... se non si è di memoria corta: sapete a quale titolo d'opera la Scala e Chailly avevano rinunciato, allorché fu decisa l'inaugurazione con Attila? I Vespri Siciliani, ovvero: il titolo più ostico, arduo, anche ingrato (hanno una drammaturgia al limite dell'assurdo e dell'impossibile, in nome dell'esperimento di Verdi nel grand opera) e hanno esigenze di cast, il tutto tanto più arduo se si sceglie di darli in lingua e versione francese, se non altro perché l'"appoggio" reciproco della parola sulla musica è una sfida terribile, per i cantanti, nonché per chi li guida dal podio. I Vespri, tendenzialmente non "si collocano", nel catalogo verdiano (salvo la festa drammaticissima - che ritroviamo in maniera suprema in Un Ballo in Maschera). "Stanno", sostanzialmente, come un caso a parte, nel pazzesco equilibrio ma anche a tratti disequilibrio, e anche cercato da Verdi, fra il suo linguaggio e quello del grand opera francese (di cui i Vespri recano i segni, senza esser completamente grand opera). Mettere insieme tutto questo e farne la scelta di un'inaugurazione, richiede coraggio, creatività, intraprendenza. L'Opera di Roma così come Carlo Fuortes l'ha clamorosamente rilanciata, vieppiù con l'arrivo di Daniele Gatti, si è qualificata in questi anni come il luogo della creatività e delle sfide ardite, stimolanti. A costo di far discutere: vedi, qui, la scelta di Valentina Carrasco per la messa in scena, ma lanciando, di anno in anno, sfide appassionanti. Fu te.tale Tristano, lo fu La Dannazione di Faust Gatti-Michieletto, lo è stato - soprattutto nella direzione musicale - Rigoletto. Lo sono massimamente questi Vespri. A Roma, nella fase attuale, non si celebra: si crea, per il pubblico. E' un prospettiva differente.
Io dico, serenamente che, oggi, Daniele Gatti è uno dei più importanti (per me, sì il più importante) e "stimolanti" (per me, sì: il più stimolante) direttori d'orchestra viventi. Me lo confermano, e ce lo dicono, due storie recentissime: il clamoroso, epocale Brahms realizzato nella creazione di una nuova, formidabile orchestra di giovani e meno giovani, quanto di più creativo si sia visto ed ascoltato ultimamente nel mondo musicale, e la fantastica direzione di questi Vespri. In entrambi i casi, ma in tutta la vita di un direttore che seguo e amo davvero fin dai suoi inizi, c'è la "cifra" interpretativa, ed umana, di un artista che affronta i testi gettandovi dentro tutto se stesso, in un rapporto culturale (cioè di totale servizio all'autore e al testo, scavato in inaudita profondità) e personale, il che genera l'incredibile dato d'emozione delle letture di Gatti: il Brahms di Milano era quasi fisicamente insostenibile, idem qui, nei Vespri, tutto il tratto d'opera che dalle danze (il cuore letterale di tutta questa messa in scena, musica e regia) approda alla grande festa. Un crescendo di virtuosismo drammatico (è incredibile ciò che Gatti ottiene dalla oggi magnifica orchestra romana - era stata tale nel recente Idomeneo, con Mariotti, e Roma conta oggi anche su un cresciutissimo coro) e di dinamiche tanto più reso esaltante da una scelta generale, espressiva, di "sussurro". Verdi è francese nel linguaggio da grand opera, nella "frase" rotonda e sontuosa dei Vespri, ma è se stesso, è Verdi all'ennesima potenza nell'individuazione di un carattere italiano, e siciliano (sì!) di "non detto", di sussurrato e soffiato, di inanità (questa rivolta di cui si continua a parlare, ma che sembra non arrivare mai, fino alla soluzione conclusiva: e la Carrasco è geniale, nelle danze a fare della sassata dei bambini ai soldati i soli Vespri siciliani davvero realizzati, mentre il mondo degli adulti cincischia fra amore e morale, dicendo e disdicendo tutto e il contrario di tutto, finché alla fine un destino si compie, ma il sipario si chiude su Arrigo che... forse avrà il coraggio di uccidere il padre.Forse...). In questo linguaggio musical drammatico, in questa drammaturgia sghemba e contraddittoria (amo e "non devo", non amo e "devo", uccido o salvo, sono un tormento drammaturgico e dell'anima, i Vespri! e tutto si giustappone un momento dopo l'altro) Gatti si è immerso, e ci ha immerso, con profondità e forza letteralmente sconvolgenti, lavorando in orchestra e "sul cast" fin oltre i pregi e i limiti di ciascuno: sarà prezioso tornare alle repliche, a cogliere la progressione d'esito di ciascuno, chiamato da Gatti - ma da Verdi! è Verdi! - ad una drammaturgia musicale e ad un'ostensione dell'anima in musica, che trascorre dal sussurro al non detto fino alla tragedia, della vita e del cuore. Per ora, su tutti, nel cast, ne hanno dato risposta magnifica l'Arrigo trepidante di Osborn, e il Monforte di Frontali, che dopo Rigoletto conferma un feeling totale e appassionato e appassionante con la "verdianità in profondità" di Daniele Gatti, che a questo interprete sta dando davvero come una "seconda fase di carriera". La giovane Mantegna, Elena, sarà compiuta se convinta di avere, come ha!, tutta quanta, nella bellissima voce, la vocalità del personaggio (si è parlato, a Milano, delle emozioni della grande Netrebko alla "prima", può ben essere emozionata - ma poi, si supera - una giovane, valorosa interprete). L'amatissimo Pertusi, Procida, ha iniziato la recita con un che di non perfettamente registrato nello strumento vocale ("o tu, Palermo" c'era nelle intenzioni, non totalmente nella resa) salvo crescere fin dove sappiamo dell'impagabile nobiltà di questo grande, storico cantante, nel finale dell'opera. Da tutti fin da ora la lezione di un Verdi dell'anima, "scavato" per loro e con loro - per noi - dall'impagabile natura musicale ed umana di un direttore "necessario".
Lo spettacolo della Carrasco ha il pregio di essere una regia vera, che dà credito scenico alla scelta direttoriale. La formidabile sequenza danze-festa (una festa di colori sgargianti che poi diventa nera), intesa come una "coreografia drammatica" sui temi dell'opera, la trova rispondere molto bene agli stimoli continui provenienti dal podio. Naturale (dopo alcuni rumorii di pubblico sulla coreografia, peraltro coerente ed eseguita benissimo) l'ovazione ricevuta dall'incredibile esito musicale della danze da parte di Gatti e orchestra (nella mia vita non ho mai, e dico mai ascoltato - e li ho ascoltati tutti, i grandi verdiani dagli anni '60 in poi - qualcosa che si avvicini a questa mezz'ora di lettura rivificata del dettato verdiano!). Altri elementi dello spettacolo, cadono un po' nel "tic" contemporaneo, dal traliccio dell'atto conclusivo, ai muri: c'è chi ha detto che i muri di Peduzzi, scenografo di lunga militanza, sono ormai, appunto, un "tic": è vero, ma è pur vero che, qui - se siete stati sul fronte mare di Palermo, o a Castellammare del Golfo o a Cefalù - stilizzano e disegnano una Sicilia plausibilissima. Francia e Sicilia come categorie dell'anima di un Verdi che s'immerge in un linguaggio "altro" creando qualcosa di geniale e problematico, paradossale e disequilibrato ma potentissimo, nell'indicibile forza emozionale di una pur contraddittoria drammaturgia. Di tutto questo Daniele Gatti - sono i "suoi" Vespri, questi, e il pubblico glielo ha personalmente decretato, durante e alla fine - si è fatto per noi tramite impagabile.

marco vizzardelli
Ultima modifica di daphnis il 11 dic 2019 14:22, modificato 4 volte in totale.

RUIZ
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Re: LES VÊPRES SICILIENNES, Roma 2019

Messaggio da RUIZ » 11 dic 2019 12:51

Bene. Ci sarò venerdì.... speriamo che la lettura di Gatti mi faccia amare una delle poche opere di Verdi che non mi esaltano...

Daniela Goldoni
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Re: LES VÊPRES SICILIENNES, Roma 2019

Messaggio da Daniela Goldoni » 11 dic 2019 13:02

Qualcuno si ricorda i Vespri diretti da Chailly a Bologna negli anni Ottanta? Erano bellissimi.

cabaletta64
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Re: LES VÊPRES SICILIENNES, Roma 2019

Messaggio da cabaletta64 » 11 dic 2019 13:33

Daniela Goldoni ha scritto:
11 dic 2019 13:02
Qualcuno si ricorda i Vespri diretti da Chailly a Bologna negli anni Ottanta? Erano bellissimi.
Furono per me i primi Vespri siciliani a teatro (1986), edizione in italiano, bellissima, cantata molto bene da tutti, con un giovane Paolo Coni che poi, però non mantenne le promesse per una grande carriera, ottimi sia Giaiotti che Luchetti, il quale risolse "La brezza aleggia...." con un pianissimo molto bello, molto più bello di quel RE B. acuto, quasi impossibile, e diciamolo pure scritto male dall'autore.
Per me la migliore fu la Susan Dunn che poi non ebbe grande fortuna, almeno qui da noi, e in effetti non vidi mai il suo nome negli italici cartelloni, in quanto a Chailly, era tutt'altra cosa di quello che è adesso, era decisamente migliore.
Lo spettacolo sia scenico che registico era vero profumo di brezza siciliana.

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