Don Carlo alla Fenice

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umangialaio
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Don Carlo alla Fenice

Messaggio da umangialaio » 24 nov 2019 22:59

All'ascolto radiofonico mi è parso un Don Carlo molto bello con una direzione di Chung assai più sanguigna e avvincente che alla Scala. Tutti i cantanti in parte come interpreti, vocalmente i più convincenti mi sono parsi Rodrigo e Carlo. Sempre meraviglioso il duetto finale.

Che opera!

Tanti, tanti complimenti e auguri alla Fenice!

U



albertoemme
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Re: Don Carlo alla Fenice

Messaggio da albertoemme » 24 nov 2019 23:54

Sì una gran serata. Finalmente il Don Carlo senza interruzioni fra un quadro e l’altro. Era dall’edizione del
Bicentenario alla Scala che a me non capitava e quest’opera per me soffre molto le interruzioni. I cantanti erano da Fenice ma il cast è stato finalmente assemblato molto bene, senza squilibri.

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Tebaldiano
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Re: Don Carlo alla Fenice

Messaggio da Tebaldiano » 25 nov 2019 01:09

Ce intendi per cantanti "da Fenice"?
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umangialaio
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Re: Don Carlo alla Fenice

Messaggio da umangialaio » 25 nov 2019 07:26

albertoemme ha scritto:
24 nov 2019 23:54
cast [...] finalmente assemblato molto bene, senza squilibri.
Molto ben detto!

U

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il_bonazzo
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Re: Don Carlo alla Fenice

Messaggio da il_bonazzo » 25 nov 2019 08:55

Avendo ascoltato solo i primi due atti chiaramente posso solo esprimere un giudizio parziale, però concordo sulla bellezza della direzione di Chung e sottolineo un'altra cosa: spesso si imputa una cattiva prestazione alla scarsa qualità della ripresa radiofonica (che comunque spesso è davvero pessima, è vero) ma di fronte alla vera e assodata bravura, la qualità e l'emozione escono sempre, come nel caso di Chung e di un'orchestra che mi è sembrata in gran spolvero. Invece mi ha lasciato molto perplesso Esposito, che secondo me sta facendo il passo più lungo della gamba. Non è che canti male, ma il timbro è troppo giovanile e chiaro per Filippo II, non l'ho trovato per niente credibile.
"Spengi quella telecamera! Spengila, t'ho detto!!!"
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Tosca
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Re: Don Carlo alla Fenice

Messaggio da Tosca » 25 nov 2019 08:59

Io non amo ascoltare le opere alla radio, ma ieri sera l'ho fatto e non sono molto d'accordo con i vostri giudizi.
Ho trovato buoni Carlo e Rodrigo; anche la Agresta mi è piaciuta "quasi sempre", spesso mi pareva "al limite". Non ho molto gradito la Eboli a cui, sempre secondo me, sia chiaro!, mancava quella bella cavata fonda e sensuale che caratterizza le Eboli che piacciono a me. Idem per Filippo II: per me il bravo Esposito si è cimentato in qualcosa di superiore alle sue forze. Molto bene quando risolveva con "l'espressività" certe frasi. Però Filippo II è, per me, altra cosa.
Chung ... mah! Chung trovo che sia un bravissimo maestro che però, per i miei gusti, non è mai trascinante. Accompagna in modo elegante, esteriore, supportato da quella che m'è parsa confermarsi un'ottima orchestra. Nulla di più.
Però non ero a teatro e sono consapevole che il mio sia un giudizio limitato.
Resta il fatto che più di una volta mi sono trovata, da sola, a esclamare "Ma che meraviglia!", però il mio era un giudizio su Verdi, su quello che aveva scritto, e non su come venisse eseguito al momento.

Ho visto ora le fotografie "ufficiali" dello spettacolo. Mah! e chi dice "mah!" cuor contento non ha.
Ah! La ripresa audio mi è sembrata buona.
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Mala tempora currunt sed peiora parantur

Marilisa Marilì Lazzari

daphnis
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Re: Don Carlo alla Fenice

Messaggio da daphnis » 25 nov 2019 09:38

Alle 9 del mattino la Tavernetta San Maurizio, nota osteria nei pressi del Teatro La Fenice era invasa dall'acqua alta. Alle 13,nella Tavernetta San Maurizio, perfettamente ripulita, i camerieri stremati ma gentilissimi offrivano bigoli in salsa e baccalà, squisiti. Alle 19, aveva luogo il miracolo del Teatro La Fenice: la messa in scena di Don Carlo, strappato ai disagi del meteo, preceduta dalle lacrime commosse del sindaco Brugnaro, che dal proscenio ha ringraziato il Mondo, presente in palco reale la Presidente del Senato. Myung Whun Chung e l'orchestra hanno eseguito l'inno italiano, poi l'opera. Alla fine, nel trionfo quasi totale (un paio di buuh per Robert Carsen, misti ad ovazioni) tutte le maestranze sono apparse in palco, accanto agli interpreti ed al sovrintendente. Tutti autori del miracolo, bravissimi a rimediare, con il lavoro e la volontà, ad un errore, o forse una necessità, di chi a suo tempo rifece la Fenice dopo l'incendio, lasciando interrate, quindi vulnerabili all'acqua alta, le centraline elettriche: questo il problema che ha messo a rischio la prima, costringendo il teatro al miracolo.
Nel trionfo, un paio di buuh, misti ad ovazioni, a Robert Carsen. Se vi dicessero che... non è vero che Rodrigo Marchese di Posa è un amico fedele ed una brava persona, bensì un porco, un uomo falso, che passa gli incartamenti di Carlo al Grande Inquisitore. Se vi dicessero che... il Grande Inquisitore fa comunque uccidere Posa poi, non sazio, alla fine fa secchi, mediante due colpi di pistola del monaco, anche Carlo e Filippo II, sicché l'opera si chiude con l'Inquisitore esultante in trionfo fra i cadaveri... come reagireste? Le soluzioni, visto che questo ha proposto il regista, sono due, entrambe legittime. Il rifiuto: Verdi non ha previsto questo, dunque Carsen si è preso un arbitrio (senza dubbio se lo è preso) ed è andato contro Verdi, questo non si fa, dunque "buuuh!". Oppure: il regista si è preso, sì, un arbitrio (senza dubbio se lo è preso) ma è un arbitrio che - forse - lo stesso Verdi non avrebbe del tutto disapprovato, nel suo lucido pessimismo (era un lucido pessimista), nella sua laicità (era un laico) e in alcuni "spunti" del libretto, che "adombra". Rodrigo è molto insistente, nel farsi dare carte e fiducia dall'amico Carlo. E... la stessa Eboli, qua e là, "adombra", appunto, una non così totale purezza di Posa. Robert Carsen non è un cretino, né un velleitario: è anzi, attualmente, uno dei massimi registi di teatro d'opera (basti ricordare d'aver assistito,nel giro d'un mese, all'Haendel scaligero, all'Idomeneo romano stupendo, e a questo Don Carlo comunque di gran "mano" tecnica). Nel disegnare un Don Carlo di spaventosa, durissima tragicità (culmine: l' impressionante vestizione di Filippo II all'inizio della gran scena dell'Inquisizione, là dove il re si trasforma in una monumentale montagna di paramenti, compresa l'enorme, opprimente tiara), il regista si prende e ci dà una licenza poetica, tragica appunto: non c'è speranza, nessuno è buono, nemmeno colui che lo sembrava. Carsen sa benissimo che la storia originale non è questa, non è "così", ma ci dice... e se invece lo fosse? E ci manda a casa colmi di pensieri, di discussioni (la gente, all'uscita, non finiva più di discutere). E questo è, comunque, il pregio e lo scopo di un teatro vivo, d'un'arte viva.
Del resto, la grande direzione di Myung Whung Chung (cui è andata la massima ovazione del pubblico) sembra andare esattamente nella stessa "via", dando ragione, o una ragione, alla proposta estrema della regia, nella scolpitura di un Don Carlo violento, bianco e nero. Nella cui violenza (tutti sono allo stesso tempo autori e vittime del male) si inghiotte e si riassorbe perfino la tenerezza verginale di Carlo (ricordate, il grande Carreras, con Karajan e Abbado?) che qui non c'è, e allora va bene e fa gioco anche la voce un po' secca e non ricca d'armonici del puntuale Pretti. E' esalato e funerario anche il "ma lassù" di una esangue Elisabetta, e allora va bene e fa gioco anche il canto, un po' più fragile di quanto ricordassimo ma "giusto" per questa lettura, di Agresta-Elisabetta. Non c'è luce nella canzon del velo "circondata" da uno pseudogiardino di fiori bianchi da cimitero sparsi da ancelle-monache, e allora va bene e fa gioco la Eboli più dolorosa che furente di Veronica Simeoni. Fa gioco e va bene il canto più livido che "amicale" di Kim-Rodrigo. Fa gioco e va bene, soprattutto, l'eversivo Filippo II del formidabile Alex Esposito, che va visto e non solo ascoltato alla radio, per averne comprensione. Un Filippo "giovane" (Esposito non si traveste con barbe o capelli bianchi, si offre così come è), violento e scattante nei gesti e nelle inflessioni (con una varietà, dettaglio e precisione di accenti quali raramente si ascoltano), ma d'una violenza e d'uno scatto, alla fine inani, di fronte alla "prigione" ed al potere di un Inquisitore mezzo monaco e mezzo "pretaccio" circondato da preti in ossessive tonache nere. Tutto questo si fa suono e fraseggio nella direzione di Chung, che tiene, sì, piuttosto alta, di volume, l'orchestra, ma lo fa con piena consapevolezza della tragedia del potere, del male, dell'amor negato, della "religione" che prevale sull'umanità. E tutto questo è terribilmente, tragicamente "verdiano". Estremo, certamente, ma ci sta. L'"orrenda, orrenda pace dei sepolcri" è un abisso di morte. Il duetto-duello Filippo-Inquisitore, nel quale ondate letterali d'orchestra sembrano trasportare le voci, è portato ad un inusitato grado di violenza. La pace dei sepolcri, appunto, non è pace, ma è un esito di violenza, come quei due colpi di pistola conclusivi che abbattono il padre e il figlio, lasciando al potere dell'uomo di chiesa - dell'uomo della Chiesa - il suo spaventoso trionfo. L'orrenda pace dei sepolcri.
Dalla Venezia ferita quasi mortalmente (ma risparmiata, ad opera conclusa, da un previsto rialzo della marea non verificatosi) che prova a tenersi in vita contro le insipienze degli uomini e la violenza di una natura offesa, ci giunge un Don Carlo tragico, tutto da discutere, da pensare. Chi siamo noi, oggi, di fronte alla tragedia del vivere e della storia, più che mai attuale? Siamo i buoni? Mah.


marco vizzardelli
Ultima modifica di daphnis il 25 nov 2019 16:45, modificato 10 volte in totale.

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Re: Don Carlo alla Fenice

Messaggio da notung » 25 nov 2019 09:50

L'unico da buare era il sindaco, una pena. Del Don Carlo scriverò sul mio blog.
La Spada di Sigfrido

http://amfortas.wordpress.com/

<<Sono responsabile di quello che dico non di quello che capiscono gli altri.>> Massimo Troisi, forse.

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Re: Don Carlo alla Fenice

Messaggio da Dr.Malatesta » 25 nov 2019 10:19

daphnis ha scritto:
25 nov 2019 09:38
...Se vi dicessero che... non è vero che Rodrigo Marchese di Posa è un amico fedele ed una brava persona, bensì un porco, un uomo falso, che passa gli incartamenti di Carlo al Grande Inquisitore. Se vi dicessero che... il Grande Inquisitore fa comunque uccidere Posa poi, non sazio, alla fine fa secchi, mediante due colpi di pistola del monaco, anche Carlo e Filippo II, sicché l'opera si chiude con l'Inquisitore esultante in trionfo fra i cadaveri...
Carsen non è certo un cretino, vero, tuttavia credo ("credo" perché non ho visto la realizzazione) che sia molto più sottile, cupo, tragico l'intreccio originale che sottolinea sino alla fine le ambiguità politiche del rapporto tra chiesa e stato. L'Inquisitore che uccide tutti è, invece, solo un esito grandguignolesco e un po' rozzo (stile film di mafia americano) che oltretutto inciampa con il senso di altri momenti dell'opera: il dialogo Filippo/Inquisitore o il dialogo Posa/Filippo. La forza dell'Inquisitore, il suo potere, sta nel costringere a fare: lui non fa nulla, non si sporca le mani. Raccontata così, mi spiace, sarei stato dalla parte di chi fischiava il regista.

Ps: a nessuno verrebbe mai in mente di far terminare Macbeth con un lieto fine in cui lui e la Lady si riconciliano e partono per un fine settimana a Brighton o di chiudere Amleto con Ofelia che ha finto di uccidersi e salta fuori appena in tempo e salva il Principe di Danimarca dal veleno... Nel teatro d'opera invece si fa di tutto, perché - evidentemente - non lo si considera "teatro". Ecco, forse un po' meno arroganza e presunzione (si chiami pure Robert Carsen) sarebbe d'auspicio.
Matteo

fuor del mar ho un mare in seno

daphnis
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Re: Don Carlo alla Fenice

Messaggio da daphnis » 25 nov 2019 10:33

"L'unico da buare era il sindaco, una pena. Del Don Carlo scriverò sul mio blog".


Delle lacrime, in se stesse, ho rispetto. Certo, a fronte di precedenti dichiarazioni e posizioni prese (o... non prese) il dubbio che, nei fatti, siano lacrime di coccodrillo, sussiste. Non considero un caso che (pur attraverso una coproduzione per la parte scenica) da Venezia ci arrivi un Don Carlo di così forte vena tragica. C'è, appunto, una tragica esattezza, nel suo proporsi, qui (Venezia, Italia) e ora.


marco vizzardelli

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