Tosca alla Scala, 7 dicembre 2019

Discussioni: per i neofiti che vogliono togliersi dei dubbi e per gli esperti che vogliono approfondire...
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UltrasFolgoreVerano
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Re: Tosca alla Scala, 7 dicembre 2019

Messaggio da UltrasFolgoreVerano » 08 dic 2019 19:09

Quoto in toto l’intervento di Malasoma.



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Cherubino92
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Re: Tosca alla Scala, 7 dicembre 2019

Messaggio da Cherubino92 » 08 dic 2019 19:19

Giulio Santini ha scritto:
08 dic 2019 17:39
Stando a Dagospia gli ascolti sono stati buoni (15%). La domanda sorge spontanea: a cosa è servito spendere non pochi soldi nelle varie Opere nelle-ore-e-nei-luoghi, per alcuni versi deficitarie dal punto di vista della divulgazione, quando evidentemente basta e avanza promuovere bene uno spettacolo normale, la rappresentazione di un opera bella e popolare, di facile ascolto ma suggerita senza facilonerie, spiegando al pubblico che sarà di sicuro interesse? (La cosa che ho apprezzato di più dalla visione televisiva dello spettacolo è stata la cura di dettagli specialmente pensati per lo spettatore domestico, come l'efficacissima ed eloquente espressività di Meli).
Trovo interessantissimo questo puntuale (come sempre) intervento di Giulio Santini.
Ma finché in certi ambienti decisionali e nel sentire comune non si capisce che il vero deficit generazionale non è quello dei giovani adulti (diciamo Under30, stando al parametro scaligero) ma quello degli adulti veri e propri (prendiamo l'età lavoro, 30-65 anni); e che non si attirano nuovi spettatori, giovani o presunti tali, con effetti speciali e tecnologia fine a sé stessa -come al termine della diretta è stato fatto intendere dall'inviata Rai- ma con allestimenti riusciti e funzionali (per un neofita credo si possa concordare che colpisca maggiormente la realizzazione visiva su quella musicale). Dicevo, finché non si capisce questo, la tentazione di una semplificazione "per i giovani" snaturando e svilendo il linguaggio artistico è sempre dietro l'angolo: invece di innalzare l'ascoltatore al livello dell'opera, si abbassa l'opera al livello del non-ascoltatore, come se i giovani, veri o presunti tali, non fossero in grado di comprendere un linguaggio più complesso.
Mi permetto poi di esprimere il mio disappunto contro questa vulgata secondo cui il problema generazionale dei teatri d'opera sono i giovani. Nella mia esperienza di fruitore di teatri (in Emilia Romagna e nel nord Italia) ho riscontrato una partecipazione maggiore di giovani e giovanissimi, piuttosto che di trentenni-quarantenni; e soprattutto nei miei incontri (personalissimi e dunque non dirimenti) ho riscontrato in generale una conoscenza e preparazione ben superiore dei primi rispetto ai secondi, oltre alle classiche signore con caramella da scartare al momento opportuno. Ritengo dunque che le politiche giovanili di agevolazione e avvicinamento svolte dai teatri (e promosse dal ministero) abbiano adempiuto al loro compito e che l'attenzione e la curiosità nei confronti della lirica sia maggiore oggi, rispetto ad un ventennio fa.
Resta la questione della trasmissione televisiva. Mi si conceda, per inciso, di togliermi un sassolino dalla scarpa contro le tecniche della regia televisiva che impestano ogni trasmissione lirica (come le riprese dall'alto, giusto per il gusto di farle). L'approdo della diretta del 7 dicembre su Rai1 è stato un traguardo davvero importante e se negli anni si riuscirà a implementare la presentazione dell'opera sarà un ulteriore successo, magari sostituendo uno dei due presentatori con un commentatore competente in materia. Di sicuro la Prima della Scala sta assumendo un carattere di particolare visibilità, ancor maggiore rispetto al passato più prossimo, e a mio avviso, le dirigenze che si susseguiranno staranno attente a programmare in apertura di stagione "un'opera bella e popolare, di facile ascolto" con allestimenti piuttosto tradizionali per raggiungere appunto quote di share televisivo come quella di quest'anno. E infatti già si è parlato di Otello e Macbeth per i prossimi due anni.
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albertoemme
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Re: Tosca alla Scala, 7 dicembre 2019

Messaggio da albertoemme » 08 dic 2019 21:24

Non considero questa una prima memorabile. Le anticipazioni di Vizzardelli mi avevano fatto sperare in una grande direzione che invece si è persa in dettagli e sottolineature che la rendevano molto padana e poco romana. Insomma Chailly cosy cosy. Anche sullo spettacolo avevo maggiori aspettative. Il meglio la mossa di Scarpia sull’accordo finale del primo atto. Il peggio la protagonista al proscenio nel lungo finale secondo e tutto il terzo atto. Dei cantanti brava la Netrebko (forse un po’meno potente del solito ma ho il dubbio che -come fu per la prima Urmana soprano- Tosca faccia sembrare un po’ più piccole le grandi voci e un po’piu’ grandi quelle piccole). Certo il mio posto in prima galleria non era dei migliori per vedere ed ascoltare ma il manierato Meli e un’inselvatichito Salsi mi sembravano i soliti.
Tornerò sperando di ricredermi e in una revisione dei costumi.-
Ultima modifica di albertoemme il 08 dic 2019 22:32, modificato 1 volta in totale.

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paperino
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Re: Tosca alla Scala, 7 dicembre 2019

Messaggio da paperino » 08 dic 2019 21:32

Vista in TV. Ora non ho tempo di entrare in particolari. A me è parsa una gran bella recita. Dare particolare rilievo a una notina incrinata e a una dimenticanza del testo, a fronte di una lettura maiuscola, mi sembrano pignolerie fini a se stesse. D'accordo su tutto quello che ha scritto Ugo. Comunque mi farò un'idea più completa quando vedrò dal vivo questa Tosca il 22 dicembre.
La conversazione languiva, come sempre d'altronde quando si parla bene di qualcuno (Laclos/Poli).

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notung
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Re: Tosca alla Scala, 7 dicembre 2019

Messaggio da notung » 08 dic 2019 21:55

La penso come Silvano, anche se non è un modo di fare teatro che mi piace, questo ben definito da Paolo Puck come Zeffirelli reloaded, ho da eccepire pesantemente solo sui costumi della Netrebko. Ed è strano, perché Falaschi è tutt’altro che uno sprovveduto.
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<<Sono responsabile di quello che dico non di quello che capiscono gli altri.>> Massimo Troisi, forse.

RUIZ
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Re: Tosca alla Scala, 7 dicembre 2019

Messaggio da RUIZ » 08 dic 2019 22:58

Pignolerie errori grossolani da minimo sindacale?????? Boh.... ci siamo abituati alla mediocrità. Io mi aspetto che al 7 dicembre gli attacchi siano centrati e i cantanti non sbaglino il testo. Che pretese!!!!

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massenetiana
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Re: Tosca alla Scala, 7 dicembre 2019

Messaggio da massenetiana » 08 dic 2019 23:56

Mi piacerebbe molto vedere uno streaming con la Hernandez...
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paperino
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Re: Tosca alla Scala, 7 dicembre 2019

Messaggio da paperino » 09 dic 2019 00:59

RUIZ ha scritto:
08 dic 2019 22:58
Pignolerie errori grossolani da minimo sindacale?????? Boh.... ci siamo abituati alla mediocrità. Io mi aspetto che al 7 dicembre gli attacchi siano centrati e i cantanti non sbaglino il testo. Che pretese!!!!
Eh sì... mi sono abituato alla mediocrità e tutti quelli che ho sentito dal vivo in quest'opera non mi hanno insegnato nulla (Olivero, Kabaivanska, Bumbry, Pavarotti, Domingo, Gianni Raimondi, Verrett, Protti, Zanasi, Luchetti, Bruscantini, Santunione... solo per citare alcuni dei cantanti morti o adesso ultraottantenni che ho incrociato.... 8) Non hai idea di quanti "errori grossolani" abbia sentito commettere anche dai nomi ora più mitizzati.
La conversazione languiva, come sempre d'altronde quando si parla bene di qualcuno (Laclos/Poli).

daphnis
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Re: Tosca alla Scala, 7 dicembre 2019

Messaggio da daphnis » 09 dic 2019 03:41

Ha trovato, ed espresso e comunicato, dalla partitura a se stesso a noi, quindi alla vita e non solo allo studio,un suono e un tempo musicale e drammatico. Un suono, in se stesso, bellissimo, e un tempo di strepitosa musica che si fa teatro, e viceversa. Ma non suono solo bello. Oltrechè belli e rapinosi, suono e tempo sono stati rappresentazione di vita musical-teatrale, e di un progetto interpretativo concepito nello studio (questo già lo sapevamo, ma altre volte non aveva preso vita dalla carta. Non in Butterfly e non in Manon) e acceso a palpitazione, per noi, nel rapporto, dialettico e fecondo, con la messa in scena, la regia, l’idea dello spettacolo. Parlo di Riccardo Chailly: questa la gigantesca direzione musicale che Chailly - con Davide Livermore e tutto un cast e un' orchestra e coro in stato di grazia, e tutte le componenti della realizzazione - ci ha dato di Tosca, per l’inaugurazione 2019-20 della Scala, mediante la quale, proprio all’ultimo colpo, la sovrintendenza-direzione artistica di Alexander Pereira, protagonista di un’era progettualmente e musicalmente discussa pur a tratti geniale, tocca un vertice.
Riccardo Chailly è, in natura e potenzialità, un “pucciniano” storico. Gli appassionati milanesi di ascolto accorto e non istituzionale ricordano il vertice assoluto di Suor Angelica eseguita - no, non alla Scala, in quel senìle spettacolo di un Ronconi decaduto con l’orrendo corpaccione depositato in scena e relativa esecuzione inerte - ma con l’orchestra Verdi. Là dove lo sperimentalismo estremo e novecentesco e pienamente europeo di Puccini palpitava di vita. Con la direzione di questa favolosa Tosca, Chailly è come “ritornato” da quelle parti Per grandissimo merito suo, e per aver saputo creare rapporto creativo, quindi: un progetto, con un regista con il quale non sempre e non necessariamente è d’accordo, ma del quale - vivaddio: era ora! – si fida: Davide Livermore. Ne era nato il già felice Attila verdiano, qui siamo andati parecchio oltre, “scrivendo”, in musica e scena, una Tosca che fa testo, probabilmente anche storico.
Suono, sontuoso rituale e cadenzato ma con vertiginose accensioni, e scena fanno del barocco romano e dell’opulenza architettonica di Roma, una filosofia, un concetto, una interpretazione musical-drammatica pienamente coerente. Questo è il miracolo di lettura che, con tutti gli interpreti artefici, ha scatenato, alla prima, i circa venti minuti meritatissimi di applausi (non avevo dubbi, avendo visto lo spettacolo “prima della prima”, e per questo, proprio io che sul direttore ho espresso negli anni riserve, ho avvertito gli eventuali “odiatori per principio”). Chailly ha immerso Tosca in un suono meraviglioso, di ori e bronzo e ambra e velluto, in una inusitata ( e ben diversa da Manon e Butterfly e tanto altro in eterno mezzoforte forte fortissimo!) scala dinamica dal sussurro (di sensualità e morte) al suono potente ma calibrato. Il memorabile Te Deum ne è stato l’inizio, il colossale secondo atto la piena realizzazione. Ma era un suono finalizzato a quella filosofia,a quel concetto: il barocco e l’opulenza romana sono immensi, ma fragili. Da qui, il lancinante struggimento di fragilità in bilico fra esaltazione e morte dell’impostazione di Chailly. Da qui, speculare (mi spiace che un’immensità artistica e umana quale Carla Fracci non sembri averne colto la motivazione, a quanto dichiarato) il barocco scenico “in movimento” di Davide Livermore, che ci illustra una monumentalità fragile nella quale opulenza, sensualità, potere e sopruso “girano di continuo” ( i personaggi stessi girano, mentre le architetture si alzano, si abbassano, appaiono, scompaiono) in bilico tragico, e sensualissimo, fra esaltazione di vita e di potere e di idea politica e di amore, e un precipizio di morte, nel quale tutti e tre i personaggi e i “mondi” - Tosca, Cavaradossi e Scarpia - pur ciascuno a modo suo grandioso come un' architettura barocca, si rivelano, come un’architettura barocca enorme ma fragile - come Roma oggi, forse (e Livermore conosce il presente e il passato di Roma), gloriosi ma vittime di morte. A questo proposito, basta con la stupidata, trovata scritta da varie testate, che, in questo spettacolo, il finale sia “un' assunzione” di Tosca: è la rappresentazione in diretta, si guardi il volto terrorizzato, di un sia pur eroico ma tragico precipizio, con il quale Livermore ha provato a risolvere il - troppo lungo: e qui siamo con Puccini non con il taglio riaperto da Chailly - finalone con “e non ho amato mai tanto la vita” ripetuto in maniera logorroica dall’orchestra , giustamente (a nostro orecchio) espunto dall’autore.
Con il ripristino delle parti tagliate si può non esser d’accordo, ma la qualità della direzione e della “concezione realizzata” da Chailly, per se stesso e con Livermore, è tale da rendere tutto sommato futile l’eventuale discussione. Il “barocco romano sensual tragico” di questa lettura trova il suo vertice, dopo il preannuncio del Te Deum (fantastico il crescendo, fantastico lo stacco “a cappella” del coro che si isola dall’orchestra!!) in un secondo atto da storia ed antologia vissuta di Tosca (Chailly non si è verbalmente sbilanciato, ma sia Karajan in sensualità e morte, sia De Sabata in drammaturgia, pur con tempi opposti a quelli di Chailly, vengono alla mente). Il secondo atto, preannunciato dal Te Deum, è il cuore della Tosca-Chailly-Livermore-cast. Culmine drammaturgico musicale, il passaggio in scena, con recita del Dies Irae scandito con perfetta dizione, del memorabile Spoletta di Carlo Bosi. Qui (così come il finto-buffo sacrestano del grande Antoniozzi - meravigliosa idea riportarcelo! - introduce al Te Deum) si comprende il terrificante “Dies Irae” che è l’intero atto secondo, in Puccini ma segnatamente in questa lettura. E qui entra in gioco l’altro elemento di eccellenza assoluta: lo Scarpia di Luca Salsi, letteralmente prodigioso per canto, recitazione, sottigliezze psicologiche, monumentalità e fragilità, momenti di “macelleria” da despota maniaco mutuati da sottigliezze inquietanti. Urlo e sussurro. Il sommo Gobbi ci arrivò sfruttando perfino le imperfezioni e i risvolti “brutti” del proprio strumento vocale. Salsi, che è di pari livello artistico, “parte” da una voce magnifica e la modula in espressione (fra l’altro, oltreché dal vivo, la resa televisiva in primo piano è mirabile: possiamo dirlo avendo constatato entrambe le situazioni). Senza il suo Scarpia (sancito in teatro da un particolare trionfo personale) forse tutta questa messa in scena non avrebbe attinto il medesimo livello. E’ un personaggio, voce e scena, gigantesco nella realizzazione degli opposti (effettiva grandezza del male, e miseria, sensualità raffinata - il “vin di Spagna”, par di sentirne il profumo! – e carnalità brutale: è Scarpia, tutto intero!). “Al tuo Mario non resta che un’ora di vita”, insinuato con memorabile sottigliezza alle orecchie di Tosca, è un momento.capolavoro e introduce a crudele perfezione il Vissi d’Arte di Tosca. Non ha alcuna importanza (anzi, è un segnale di partecipazione emotiva umanissima, come qualche altra imperfezione da emozione avvenuta il 7 dicembre) la piccola spezzatura di voce di Anna Netrebko, alla prima (era stata perfetta, tre giorni prima): la successione fra la frase atroce di Scarpia e l’aria di Floria è, in questa lettura, lancinante. Anna Netrebko: strabordante di carisma, forse, forse: approdata, con saggezza sua, l’ha sempre manifestata in carriera, a Tosca, da donna cinquantenne mutata nel fisico e nella voce, su un crinale di vocalità e carriera. La già bambina eterea che Gergiev ci fece conoscere è oggi quasi matronale, il che le consente quel pazzesco “è morto” di scurissima timbrica ma, a tratti, trasmette un senso di localmente “rigonfio”, e qualche istante di fatica… ma, tutto - dal momento che siamo di fronte ad un’artista eletta - finisce per delineare una Tosca, se vogliamo, "diva nata popolana" (forse autobiografica: la grande Raina era regale nella sua assertività, Anna ha una nota popolaresca diversa ma altrettanto plausibile) di grande tragicità, barocca, e anche fragile ma eroica, come il suono di Chailly e la scenografia di Livermore e collaboratori. Tutto si tiene, in questa Tosca. Sì che, il contraltare perfetto di quella Floria e di quello Scarpia è il poetico Mario Cavaradossi di un meraviglioso Francesco Meli, che canta ed interpreta in vera poesia di fraseggi, eroico e vibrante ove occorra, ma soprattutto eroe romantico in un mondo “verista”. Alcuni, anche sommi, interpreti del ruolo, hanno, magari involontariamente, alimentato l’idea d’un personaggio fin troppo elementare. Meli è un liricissimo, innamorato, “poeta vinto” da un male troppo grande (una stilettata, scovata ed esaltata in Puccini da Chailly, simbolo di uno stato d’animo e d’una situazione, la nota aspra e disperata dei legni che tre volte punteggia “E lucean le stelle”) ed è perfetto in uno spettacolo nel quale la fragilità della grandezza (il suono di Chaily nella visionarietà “barocca” di Livermore) è il dato interpretativo fondante. Il che ci ha dato una Tosca memorabile.

marco vizzardelli
Ultima modifica di daphnis il 09 dic 2019 15:06, modificato 8 volte in totale.

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steccanella
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Re: Tosca alla Scala, 7 dicembre 2019

Messaggio da steccanella » 09 dic 2019 09:04

Ho visto la serata inaugurale del 7 dicembre su un grande schermo posizionato nella sala ovale, non già della prestigiosa Casa Bianca, bensì del carcere di San Vittore e ho potuto apprezzare, insieme a tutti quelli che erano con me, una bellissima rappresentazione della più teatrale delle opere di Puccini.
Scene, colori e regia che erano un benessere per gli occhi e straordinaria prova attoriale del tre protagonisti, ripresi molto spesso da vicino con dettaglio su espressioni e movenze e che hanno saputo impersonare, in modo davvero credibile ed emozionante, i tre diversi caratteri dei personaggi centrali dell’opera. Tosca e Scarpia strepitosi e Mario, il meno carismatico del terzetto, fisicamente assai azzeccato.
Dal punto di vista musicale, ho trovato splendida la direzione di Chailly, ispirato e compreso nello spartito come rare altre volte mi era capitato di apprezzare, orchestra e coro all’altezza di quello che viene considerato, a torto o a ragione, il più importante teatro d’opera del mondo e professionali tutti i comprimari, anche se la voce di Spoletta talvolta mi risultava irritante.
Ana Netrebko e Luca Salsi sono stati, anche vocalmente, due notevolissimi interpreti di due tra i personaggi più complessi della storia del melodramma andando, soprattutto nel caso del secondo, oltre ogni mia migliore aspettativa e per di più sono risultati fantasticamente assemblati tra loro anche come timbro e fraseggio, in entrambi i casi accuratissimo.
Tra l’altro i due hanno mostrato grande classe anche nel superare senza impacci l’errore del secondo atto di Tosca, atto che nel complesso ha reso in tutta la sua meravigliosa teatralità e che rappresenta, insieme al finale del primo, la parte capolavoro dell’opera di Puccini.
Ovvio che non sono nè Maria Callas nè Tito Gobbi, ma direi che a conti fatti la Netrebko, se non può ambire per ora al podio delle quattro storiche Tosche dell’era moderna (Callas, Tebaldi, Price e Kabaiwanska), non sfigura al gradino immediatamente successivo insieme a Caballé, Ricciarelli (in disco), Guleghina e Dessì.
Dopo la Bolena di Monaco è stata la volta in cui l’ho apprezzata di più e ben superiore alla Giovanna d’Arco inaugurale di qualche anno fa e anche Salsi mi è parso assai più carismatico che nell’Attila dello scorso anno.
Rimane il Cavaradossi di Meli ingaggiato solo in un secondo momento e in un’opera che credo avesse in precedenza eseguito solo una volta.
Fisicamente e scenicamente, si ripete, era il Mario perfetto e anche il più adatto a quella Tosca e a quello Scarpia, la voce come sempre è bella nei centri e gli acuti, more solito, non sempre adamantini, ma Tosca non è opera di acuti, a parte la vita mi costasse del primo atto e il vittoria del secondo, e quindi nel complesso, seppur con qualche abuso di falsetto non troppo azzeccato soprattutto nel lucevan le stelle , il personaggio è risultato pienamente centrato.
In conclusione una grande serata di musica con una delle più belle opere non solo di Puccini, ma dell’intero melodramma, e con i tempi che (mala) corrono non è cosa da poco.
Personalmente è la più bella che ho visto, ivi comprese precedenti edizioni con cast altisonanti tipo all’Arena con Shirely Verrett, Giacomo Aragall e Ingvar Wixell, piuttosto che alla stessa Scala con Ghena Dimitrova, Giuseppe Giacomini e Piero Cappuccilli, non i primi che passavano per strada, insomma...
Se poi alcuni melomani incalliti preferiscono (riba)dire che la Callas era altra cosa, che non si può ripetere una frase appena detta ad una Prima o che un regista di fronte a Puccini dovrebbe limitarsi a dipingere una quinta come si faceva una volta, sennò disturba la memoria del compositore, nessun problema.
Mi spiace per loro perchè hanno perso l’ennesima occasione per godere di una grande serata di teatro in musica, anche perchè, per ascoltare i vecchi dischi e discettare su quanto era meglio questo o quello, avremo, ahimè, tutta la vecchiaia per farlo.
Elfo Catalano

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