Tosca alla Scala, 7 dicembre 2019

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marcob35
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Re: In attesa di Tosca (Tosca nella musica e nel cinema) - Scala, 7 dicembre 2019

Messaggio da marcob35 » 05 dic 2019 20:00

Ecco svelato il finale di Tosca alla Scala

Consapevole di quanto sto per pubblicare a 48 ore di distanza, eccovi il finale a sorpresa dell'opera.



Non leggo mai le critiche degli altri. (Paolo Isotta)

daphnis
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Re: In attesa di Tosca (Tosca nella musica e nel cinema) - Scala, 7 dicembre 2019

Messaggio da daphnis » 06 dic 2019 13:55

Essendoci stato e avendo visto e ascoltato, invito Violamargherita e gli "odiatori per principio" ad una visione serena ed obiettiva.
Tutti conoscono le mie riserve sull'attuale direzione musicale del Teatro alla Scala. Bene: è con gioia di ascoltatore scevro da pregiudizi che affermo, in tutta serenità, di aver ascoltato una splendida direzione (suono, espressione, dettagli, frasi, e concezione) non meno che storica di Tosca, su uno spettacolo tutto, integralmente - musica e messa in scena/regia visionaria - costruito su una chiarissima, coerente visione dell'opera, con tre protagonisti tutti all'altezza di cui uno a mio avviso eccelso, due parti di contorno (sacrestano e Spoletta) sensazionali, un' orchestra e un coro meravigliosi. E il senso di un che di cercato, studiato, compiuto e restituito in appassionante vita in musica (ciò che in Chailly-Scala, nelle precedenti Butterfly e Manon Lescaut - rimaste, alle mie orecchie, su un piano di "erudizione musicale" non tradotta in vita - non era accaduto, ma stavolta sì e in maniera emozionante!): tutte, e dico tutte, le parti in causa, hanno composto, sull'arte di Puccini, un' ulteriore opera d'arte di fantastica restituzione al pubblico.
Non amo il Sant'Ambrogio scaligero, al punto tale che, fossi i critici ufficiali, recensirei una replica, non la serata della Prima, che è spesso "climaticamente" falsa. Sarò a Venezia, come prenotato da tempo, per l'ultimo Don Carlo. Ma il mio cuore è, assolutamente, "con" questa Tosca, che reputo meravigliosa e che non vedo l'ora di riascoltare e rivedere.

marco vizzardelli

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marcob35
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"Vuole la uno, la due o la treee?" (Mike Bongiorno). Buona la prima (Mina). Quale versione/edizione?

Messaggio da marcob35 » 06 dic 2019 17:28

[Tempo di lettura medio: 2-3 minuti]

Nessuno (o quasi...) ha ancora ascoltato nel momento in cui pubblico questo "topic" (si dice proprio "topic"!), l'edizione del 14 gennaio 1900 di "Tosca" (mancava un anno poco meno all'inizio del nuovo secolo).
Ma la discussione sulle edizioni di opere famose non è certo trascurabile ed appassiona gli estimatori veri o falsi, che balzano sulla poltrona in fremente attesa appena qualcuno parla o propone una versione "autentica" o primigenia di un lavoro.

Gli esempi son tanti e qui citerò solo i più celebri, per stuzzicare se a qualcuno piace, dissertare.
Una partitura operistica soprattutto e ancor più nell'Ottocento era soggetta per tutti i motivi noti a modifiche in itinere, sempre legittimi se fatti dall'autore medesimo e solo la sopravvivenza fortuita o volontaria dei passaggi successivi, permette ai solerti revisori del secolo XX e XXI, di produrre le edizioni critiche, che hanno beninteso un interesse e valore musicologico e filologico.

Naturalmente esse interessano e possono esser-in molti casi-comprese esclusivamente da chi ha una vera conoscenza grammaticale della musica, ché cento battute sia pure, non fanno proprio alcuna differenza per lo spettatore medio ed anche quello colto.
Nel mercato spettacolare odierno sono magari specchietto per le allodole, come motivo di attrazione, producendo alla prova dei fatti cocenti "delusioni" quasi ci si attendesse una versione totalmente difforme dall'usuale.

Esistono due "Boris", si sa, ma questo è un caso quasi limite (per tacere delle due versioni di Rimskij-Korsakov e del Lamm e non vado oltre); esiste un "Don Carlos" modificato da Verdi stesso precauzionalmente; c'è poi "Carmen" con tutta la questione della morte dell'autore e dei dialoghi sì o dialoghi no. E i treni, gli omnibus, gli sforamenti di durata dello spettacolo.

Esistono anche i ripensamenti sacrosanti dell'autore medesimo, che in pratica indica chiaramente nei fatti come non la prima versione della tal sua stessa opera, sia da considerare "buona", ma l'ultima.
Mettetevi nei panni suoi e forse capirete meglio. Se voi-molto banalmente-scrivete una lettera a qualcuno (ammesso siate tra quelli che scrivono ancora missive), ma vi accorgete di aver espresso male i vostri pensieri e accantonate la prima copia già stesa, producendone una seconda nuova, vorrete certamente che il destinatario legga l'ultima versione e vi incavolereste se per ipotesi, qualcuno raccogliesse la prima e la facesse conoscere al consegnatario.

L'esempio qui sopra parrà banalotto, ma è solo un ammonimento ad andare cauti nella questione.
Scegliete (se vi sono) la (busta) uno, la due o la "treee" di mikebongiornesca memoria.
O fate come Mina, che pare, abbia sempre edito la prima delle sue registrazioni rispetto ad una seconda o terza (rare) prove.
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LucaB.
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Re: In attesa di Tosca (Tosca nella musica e nel cinema) - Scala, 7 dicembre 2019

Messaggio da LucaB. » 06 dic 2019 21:00

Che palle...

violamargherita
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Re: In attesa di Tosca (Tosca nella musica e nel cinema) - Scala, 7 dicembre 2019

Messaggio da violamargherita » 06 dic 2019 21:10

daphnis ha scritto:
06 dic 2019 13:55
...Violamargherita e gli "odiatori per principio"...
Nego di essere odiatrice per principio.

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marcob35
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Re: In attesa di Tosca (Tosca nella musica e nel cinema) - Scala, 7 dicembre 2019

Messaggio da marcob35 » 06 dic 2019 23:03

L'altra Tosca

[Tempo medio di lettura: 6 minuti]

Siccome non è possibile parlare della "Tosca" scaligera anzitempo, e se aprissi un "topic" separato-come evidentemente sarebbe ragionevole dal momento che vado a trattare di un'altra produzione sulla quale tutti possono e potrebbero dire ed intervenire (e che non ha legame alcuno con la milanese)-verrei prontamente spostato per far ordine (?), iscrivo qui forzatamente ma comunque di spontanea volontà, le mie impressioni sulla produzione primaverile di Varsavia, giacente su "OperaVision" e data da stasera su Internet.
Ebbene sì: diciamo allora che può essere un buon metro di paragone per l'edizione meneghina, "a priori", dal momento che personalmente nulla ho (ancora) visto dalla sala del Piermarini. Se pò fà (sic). E in tal senso consiglio caldamente vedere la versione "polacca" prima delle 18 di domani sabato (e comunque merita; quindi pure dopo, c'è tempo per mesi).

Che è polacca ma non nazista, come il trailer ingannevolmente poteva far pensare.
Bensì ambientata in regime para-comunista anni '50-'60 (sempre vicini alla dittatura siamo).
Il regista (una donna) Barbara Wysocka (n. a Varsavia 1978), attrice essa stessa e con formazione musicale, propone una "Tosca" che all'inizio parrebbe poco originale e diversa, ma che perlomeno evita i tranelli "acquerellistici" di zeffirelliana memoria o quelli apparentemente non tali ma che fan spettacolone annunciato.

Dal momento che "Tosca" è un'opera verista ma con tonalità espressionistiche e quindi possibili restano le forzature rappresentative, Barbara fa recitare a tutta forza i cantanti per ogni momento della narrazione pucciniana, e in questo-va detto-trova perfetta risposta dai tre co-protagonisti che se non sempre cantano bene, recitano appunto benissimo.
Chi non canta per nulla bene, anzi male e bruttamente, è il tenore, Mickael Spadaccini (nato nel 1984 in Belgio ma dal cognome ahimé, marcatamente italiano) che ha seguito-ci informa il Web-corsi di Bergonzi e della Freni. Non ha voce ma se l'avesse sarebbe corretto dire che essa è incolore. Però si arrangia scenicamente.

Gli è un poco superiore nel vocale il baritono Krzysztof Szumanski il quale giunge da studi britannici e in patria ed anch'egli si destreggia nell'azione ed interpretazione, sulla linea di quanto si diceva prima.
Ma chi ha le carte in regola pure nella vocalità e moltissimo nella resa di palcoscenico è la conosciuta pure in terra italica ("L'angelo di fuoco", Roma, maggio 2019) Ewa Vesin, giovane soprano polacco di cui si raccolgono testimonianze positive a cercare.
Io non sono un vociomane-ed è grave, forse, per questo sito-anzi credo di essere ignorante, ma del resto basta andare a vedere e sentire con i vostri occhi ed orecchie, per capire che la sua Tosca è fatta benissimo (il suo "Vissi d'arte", come campione di canto e stile, è assai elegante e sentito).

Purtroppo dirige un vecchietto, Tadeusz Kozłowski, che presenta una "Tosca" lentissima e abbastanza monocorde (ma non sempre sempre), ma alla quale naturalmente poi ci si abitua.

Ambientata in spazi scenici che quasi nulla hanno a che fare con l'oleografica Roma del libretto, se non per un pezzetto di Castel Sant'Angelo, con tonalità grigiastre e scure, fa uso di proiezioni fotografiche che rinviano (anche) al viso e alle espressioni di una Tosca eccellentissima (la Callas), e ci fa vedere un Mario il quale oltre di pittura, se ne intende pure di fotografia e scenotecnica/luci.
La cantata di Floria viene vista dagli astanti per televisore in bianco e nero, le scene di tortura sul povero Cavaradossi sono a vista in una sorta di balcone, Scarpia seduce Tosca offrendole una bianchissima pelliccia (aò, è proprio 'na pelliccia) e poi inizia a spogliarsi e tolte le scarpe alla cantante seduta sulla scrivania del poliziotto, praticamente copula con lei (il salvacondotto lo ha messo nella di lui zona inguinale): le luci-opportunamente si spengono-ma nella penombra i due mimano e proprio sul "finalmente miaaaa" (ossia sull'eiaculazione senza ombra di dubbio) Tosca infilza con un paio di forbici il furioso.

A quel punto entra in scena (sulla mirabile chiusa di Puccini) una terza figura, femminile, scalza, capelli disciolti che affianca i due, o meglio si piegherà a chiudere gli occhi a Scarpia riverso. Chi essa sia, se Angelo della notte, della morte, alter ego di Tosca stessa, fate voi. Però l'effetto c'è.

Il personaggio lo ritroviamo nel terzo atto, appollaiato sul pezzetto del castello, ad osservare la tragica conclusione: sul luogo di esecuzione, portato via dalle guardie, un precedente condannato, ecco i nostri amanti.
Cavaradossi, in ginocchio viene giustiziato con un colpo di pistola alla nuca da dietro, poi Tosca quando entra in azione riesce a strappare l'arma al boia, minaccia tutti e al famoso punto si spara una revolverata alle tempie. I due corpi, senza salti nel vuoto di nessuno, restano a vista, sul piazzale e luogo dell'esecuzione.

Secondo il mio parere è da vedere e seguire, per curiosità se non altro e magari consolarsi di quanto in luogo nostrano si sta per offrire. Se questa edizione polacca fosse stata quella doman sera in prima "mondiale", immagino che molti potrebbero stracciarsi le vesti, eppure le opulenze milanesi soverchiamente preannunciate, non si saprebbe quanto migliori siano rispetto a-.

https://operavision.eu/en/library/perfo ... -100478929#

(Ho apprezzato la sintesi estrema dell'utente "LucaB": non so a quali sfere egli si riferisca, né oso chiederglielo. Certo, la brevità è gran pregio. Congratulazioni!).




[1 ec per typo]
Ultima modifica di marcob35 il 07 dic 2019 06:44, modificato 1 volta in totale.
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fraaaa
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Re: In attesa di Tosca (Tosca nella musica e nel cinema) - Scala, 7 dicembre 2019

Messaggio da fraaaa » 07 dic 2019 05:19

Che dö ball

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il_bonazzo
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Re: In attesa di Tosca (Tosca nella musica e nel cinema) - Scala, 7 dicembre 2019

Messaggio da il_bonazzo » 07 dic 2019 08:58

In rete si trova un'interessante disamina del musicologo Luca Logi secondo me assolutamente chiarificatrice dei concetti di integralità, originalità e cos'altro che girano intorno a questa Tosca: un pò lunghetta ma vale la pena di leggerla.

Filologia di Tosca. Ho l’impressione che parlarne sia la maniera di cercare rogne, però cercherò di attenermi il possibile ai fatti. Chi vuole può farsi la ricerca da solo su un tomo impressionante e meraviglioso, il catalogo delle opere di Puccini compilato da Dieter Schickling, Bärenreiter 2003. Per chi la vuole in linguaggio piano, abbia la pazienza di seguire fino in fondo. Prima il vocabolario:
PARTITURA è la stesura completa di una composizione, con indicate tutte le singole parti da suonare o cantare. Una partitura è spesso voluminosa perché non di rado è scritta su 20 e più righe musicali da seguire contemporaneamente. Dalla partitura si cavano le PARTI individuali per gli strumentisti.
SPARTITO CANTO/PIANO è una riduzione che dalla partitura conserva esattamente tutte le parti cantate, mentre le parti dell’orchestra sono sintetizzate, scegliendo abilmente le più importanti, in una stesura per pianoforte. Lo spartito è molto più maneggevole della partitura, serve ai cantanti per lo studio, al regista, al direttore di scena.

Di fatto, la ditta Ricordi ai primi del novecento aveva sia una copisteria manuale che una tipografia. Della partitura inizialmente si facevano una o pochissime copie in copisteria. Viceversa lo spartito veniva messo in vendita, sia per i professionisti che avessero bisogno di studiare sia per i dilettanti che volevano suonare l’opera in salotto, per cui prima veniva passato all’incisione su lastre mediante punzoni (operazione lunga, difficile ed affascinante), e poi dalle lastre stampato in tipografia. L’incisione di uno spartito poteva portare via un paio di mesi, quella della partitura anche il doppio, per cui la partitura veniva mandata all’incisore più tardi, solo dopo che ne fosse accertato lo stato definitivo e che per il successo dell’opera ne fossero richiesti molti esemplari.

Dal catalogo Schickling apprendiamo quale siano le fonti, cioè i documenti di base dai quali costruire il testo musicale dell’opera; per la Tosca è facile perché quelli principali sono pochi.
Primo, l’autografo della partitura, presso l’archivio storico Ricordi, 264 fogli scritti sui due lati, di grande formato, scritti alternando fogli da 27 e da 30 righe secondo le necessità. Di mano di Puccini, salvo alcune indicazioni accessorie (p.es. numeri di riferimento per le prove e numeri del metronomo) di altra mano. La partitura è rilegata in tre volumi, uno per atto, riporta numerose date che attestano quando sono stati scritti alcuni passaggi, la data finale dell’ultimo foglio è 29 settembre 1899, ore 4.15 di mattina (in realtà lo stornello del pastore fu lasciato mezzo in bianco e terminato un paio di settimane dopo).

Puccini inviava i fascicoli man mano che li ultimava a Ricordi. In parallelo con lui il suo amico di infanzia Carlo Carignani detto “Bazza” (“perfido bazzone” per Elvira) stendeva la riduzione per pianoforte. La partitura fu verosimilmente copiata in una copia a mano per il primo direttore Mugnone, esemplare verosimilmente finito in un bombardamento di un magazzino nella seconda guerra mondiale. Lo spartito di Carignani invece passato direttamente all’incisione. Siccome le officine Ricordi erano più ordinate di una caserma, sappiamo tutto dell’incisione, che è iniziata il 12 luglio 1899, quindi quando l’opera non era ancora terminata, mentre la stampa iniziò il 18 dicembre. Lo spartito fu usato per la prima esecuzione (14 gennaio 1900) ma messo in vendita al pubblico solo successivamente. Questo spartito riporta già delle alterazioni rispetto alla partitura, e quando viene inciso l’opera non è ancora stata non dico eseguita, ma nemmeno provata; sono quindi ripensamenti dell’ultima ora di Puccini.
Pochissimo tempo dopo esce una seconda edizione dello spartito – occorre sostituire solo alcune pagine, quindi già il 30 marzo 1900 era in vendita. Questa edizione è virtualmente quella che si è usata fino ad ora, in pratica l’edizione definitiva. Rispetto alla prima ha delle ulteriori modifiche

Quanto alla partitura, fu deciso di inciderla il 14 febbraio – un mese dalla prima - e corrisponde alla seconda edizione dello spartito; il fatto di inciderla vuol dire che per Puccini il testo era definitivo. Ci tornerà sopra solo nel febbraio 1924, quando fu incisa una partitura di piccolo formato, e Puccini mandò delle correzioni nei fraseggi e nella distribuzione dell’orchestra – dettagli minori, e in ogni caso non era necessario correggere lo spartito.

Il dato di fatto importante è che il testo pressochè definitivo dell’opera è disponibile un mese dopo la prima; non è cosa da poco, che per esempio Madama Butterfly arrivò allo stato definitivo in tre anni e attraverso tante versioni che non si riescono neanche ad enumerare.
Le modifiche dall’autografo alla versione definitiva sono il taglio di qualche battuta qui e là, in tutto una quarantina di battute, meno di un minuto e mezzo di musica in totale; qualche frase vocale aggiunta dove non c’era o cambiata; e altri dettagli minori. Anche qui il paragone con Butterfly dove dalla prima all’ultima versione furono tagliati 25 minuti di musica e riscritte intere scene è eloquente.

Quando si fa l’edizione critica di un’opera si comparano le diverse fonti per accertare un testo musicale. Nel caso specifico di Puccini, le divergenze tra fonti possono essere di diversa natura.

Ci possono essere divergenze strutturali di respiro ampio: in Butterfly un atto spezzato a mezzo, in Suor Angelica l’aria dei fiori tagliata interamente. Norma generale per tutte le opere di Puccini: su queste modifiche può darsi che Puccini sentisse la pressione delle circostanze; per cui mentre tutte le modifiche di questo tipo sono in ultima analisi da attribuire a lui o quanto meno operate con il suo esplicito consenso, può darsi che qualcuna di queste non sia spontanea ma forzata. Nessuna modifica di ampio respiro fu operata in Tosca; o meglio Puccini considerò per un certo tempo di togliere Vissi d’arte, che è una sorta di oasi tranquilla in un atto infernale, optando però per lasciarla.

Ci possono essere modifiche strutturali, ma di dimensioni minori: da una battuta tagliata fino a circa una pagina. Di norma, queste modifiche sono iniziativa attiva di Puccini, anzi sono una rogna per l’editore perché bisogna far reincidere pagine delle spartito, quindi originano sempre da Puccini che è attento ai micro-equilibri e non solo agli equilibri su grande scala: una frase tagliata, un pezzo d’orchestra aggiunto per coprire un movimento scenico, dettagli di questo genere. In Tosca le modifiche più percepibili, tutte nella seconda edizione dello spartito quindi immediatamente dopo la prima recita sono: 1. Dopo “Vissi d’arte” ci sono due battute fra Tosca e Scarpia che di solito si tagliano per non rovinare l’applauso alla diva, e che in origine erano di poco più lunghe; 2. la frase “E avanti a lui tremava tutta Roma” viene spostata in un posto diverso; 3. Tosca prima di saltare giù dal castello aveva inizialmente un momento di autocommiserazione, nel quale si risentiva la romanza di Cavaradossi, che Puccini tagliò senza pietà per sveltire il finale. Anche il finalino dell’orchestra è stato scorciato, inutile fare una sinfonia su un cadavere che neanche si vede. Queste modifiche originano dalla prima recita? Non possiamo dirlo con certezza, in ogni caso è Puccini che, sentita l’opera sul palcoscenico, aggiusta dei dettagli di sua iniziativa.

Esistono poi modifiche minime, tipo un rallentando che può esserci o non esserci, una fermata che può essere una nota prima o dopo, un forte che diventa mezzoforte o scompare. Queste sono un ginepraio, perché gli autografi di Puccini non brillano né per chiarezza né per precisione, Puccini stesso era capace di cambiare idea (come dimostrano gli spartiti da lui annotati durante le prove che talvolta si sono ritrovati), può darsi che i copisti e gli incisori fossero espressamente richiesti di correggere errori o discrepanze. I fraseggi degli archi erano sicuramente corretti da specialisti (le prime parti della Scala o insegnanti del conservatorio di Milano). Nelle cosiddette edizioni “tradizionali” Ricordi può essere difficile accertare chi ha operato una correzione, ma il punto è un altro: ai revisori moderni piacerebbe la precisione assoluta, ma l’idea di raggiungerla partendo da fonti non precise è illusoria. A Puccini interessava che le parti dell’orchestra fossero corrette per non perdere tempo, se nel far questo si perdeva una legatura o una indicazione dinamica, poco male. Se poi dobbiamo dirla tutta, ascoltando le registrazioni di cantanti del primo novecento che hanno studiato le loro parti con Puccini stesso, ci rendiamo conto che cantavano con una approssimazione verso lo spartito sconcertante. Pretendere di accertare alcuni dettagli ora è un po’ come prendere una misura con il metro da muratore e poi pubblicarla con sei cifre decimali fino al millesimo di millimetro, simulando una precisione che nella realtà non esiste.

Potremmo quindi discutere per sempre su alcuni dettagli molto minori che la maggior parte del pubblico neanche percepisce, ma sul dato strutturale non ci piove: la versione tradizionale della Tosca fu dettata da Puccini, e in un termine brevissimo dopo la prima recita senza più tornarci sopra.

Negli anni ’50 uno studioso australiano, tale Denis Vaughan, fu all’origine di uno scandalo musicale. Infatti Vaughan, consultati vari manoscritti nell’archivio storico Ricordi, dichiarò che le partiture stampate da Ricordi delle opere di Puccini e Verdi erano differenti per migliaia di dettagli dagli autografi originali, e che in pratica i testi erano stati falsificati. La polemica ebbe tale risonanza che qualche senatore arrivò a proporre delle multe per gli editori musicali che cambiano gli spartiti, segno che il cretinismo parlamentare non nasce certo al giorno d’oggi. Di rispondere a Vaughan si occuparono principalmente Sartori e Gavazzeni, facendo notare che per tutte le modifiche sopra indicate ci si preoccupava di aggiornare gli spartiti a stampa e le copie che andavano ai teatri, ma nessuno andava a riprendere l’autografo per aggiornarlo. Per forza gli autografi erano diversi, rispecchiando delle versioni superate dalla stessa volontà degli autori. Il caso Vaughan finì nel ridicolo, ma a me sembra che al giorno d’oggi ci sia una sorta di neo-vaughanesimo per cui di Puccini si ricercano delle versioni che sono si originali, ma che sicuramente non sono l’ultima volontà dell’autore.

Nel caso di una prossima esecuzione di importante rilievo pensavo inizialmente che volessero eseguire la versione del primo spartito, ma dalle dichiarazioni che filtrano sembra che addirittura tornino indietro alla versione dell’autografo. Senza concedere a Puccini il diritto di ripensamento e correzione. Io ho esposto i fatti e vi pongo qualche domanda, datevi da soli le risposte: 1. se addirittura prima della prima Puccini aveva apportato delle modifiche, perché tornare al testo originale? 2. Se Puccini aveva apportato delle correzioni dopo aver visto lo spettacolo sul palcoscenico, perché tornare al testo originale? 3. Quale garanzia abbiamo che un direttore d’orchestra di oggi ci capisca più di Puccini stesso? 4. Quale garanzia abbiamo che un revisore di oggi ci capisca più della redazione Ricordi dell’epoca, che lavorava sotto la supervisione dello stesso Puccini e che aveva accesso a materiali oggi distrutti?
"Spengi quella telecamera! Spengila, t'ho detto!!!"
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proiets
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Re: In attesa di Tosca (Tosca nella musica e nel cinema) - Scala, 7 dicembre 2019

Messaggio da proiets » 07 dic 2019 09:56

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Re: In attesa di Tosca (Tosca nella musica e nel cinema) - Scala, 7 dicembre 2019

Messaggio da violamargherita » 07 dic 2019 10:05

il_bonazzo ha scritto:
07 dic 2019 08:58
In rete si trova un'interessante disamina del musicologo Luca Logi secondo me assolutamente chiarificatrice dei concetti di integralità, originalità e cos'altro che girano intorno a questa Tosca: un pò lunghetta ma vale la pena di leggerla.

Filologia di Tosca. Ho l’impressione che parlarne sia la maniera di cercare rogne, però cercherò di attenermi il possibile ai fatti. Chi vuole può farsi la ricerca da solo su un tomo impressionante e meraviglioso, il catalogo delle opere di Puccini compilato da Dieter Schickling, Bärenreiter 2003. Per chi la vuole in linguaggio piano, abbia la pazienza di seguire fino in fondo. Prima il vocabolario:
PARTITURA è la stesura completa di una composizione, con indicate tutte le singole parti da suonare o cantare. Una partitura è spesso voluminosa perché non di rado è scritta su 20 e più righe musicali da seguire contemporaneamente. Dalla partitura si cavano le PARTI individuali per gli strumentisti.
SPARTITO CANTO/PIANO è una riduzione che dalla partitura conserva esattamente tutte le parti cantate, mentre le parti dell’orchestra sono sintetizzate, scegliendo abilmente le più importanti, in una stesura per pianoforte. Lo spartito è molto più maneggevole della partitura, serve ai cantanti per lo studio, al regista, al direttore di scena.

Di fatto, la ditta Ricordi ai primi del novecento aveva sia una copisteria manuale che una tipografia. Della partitura inizialmente si facevano una o pochissime copie in copisteria. Viceversa lo spartito veniva messo in vendita, sia per i professionisti che avessero bisogno di studiare sia per i dilettanti che volevano suonare l’opera in salotto, per cui prima veniva passato all’incisione su lastre mediante punzoni (operazione lunga, difficile ed affascinante), e poi dalle lastre stampato in tipografia. L’incisione di uno spartito poteva portare via un paio di mesi, quella della partitura anche il doppio, per cui la partitura veniva mandata all’incisore più tardi, solo dopo che ne fosse accertato lo stato definitivo e che per il successo dell’opera ne fossero richiesti molti esemplari.

Dal catalogo Schickling apprendiamo quale siano le fonti, cioè i documenti di base dai quali costruire il testo musicale dell’opera; per la Tosca è facile perché quelli principali sono pochi.
Primo, l’autografo della partitura, presso l’archivio storico Ricordi, 264 fogli scritti sui due lati, di grande formato, scritti alternando fogli da 27 e da 30 righe secondo le necessità. Di mano di Puccini, salvo alcune indicazioni accessorie (p.es. numeri di riferimento per le prove e numeri del metronomo) di altra mano. La partitura è rilegata in tre volumi, uno per atto, riporta numerose date che attestano quando sono stati scritti alcuni passaggi, la data finale dell’ultimo foglio è 29 settembre 1899, ore 4.15 di mattina (in realtà lo stornello del pastore fu lasciato mezzo in bianco e terminato un paio di settimane dopo).

Puccini inviava i fascicoli man mano che li ultimava a Ricordi. In parallelo con lui il suo amico di infanzia Carlo Carignani detto “Bazza” (“perfido bazzone” per Elvira) stendeva la riduzione per pianoforte. La partitura fu verosimilmente copiata in una copia a mano per il primo direttore Mugnone, esemplare verosimilmente finito in un bombardamento di un magazzino nella seconda guerra mondiale. Lo spartito di Carignani invece passato direttamente all’incisione. Siccome le officine Ricordi erano più ordinate di una caserma, sappiamo tutto dell’incisione, che è iniziata il 12 luglio 1899, quindi quando l’opera non era ancora terminata, mentre la stampa iniziò il 18 dicembre. Lo spartito fu usato per la prima esecuzione (14 gennaio 1900) ma messo in vendita al pubblico solo successivamente. Questo spartito riporta già delle alterazioni rispetto alla partitura, e quando viene inciso l’opera non è ancora stata non dico eseguita, ma nemmeno provata; sono quindi ripensamenti dell’ultima ora di Puccini.
Pochissimo tempo dopo esce una seconda edizione dello spartito – occorre sostituire solo alcune pagine, quindi già il 30 marzo 1900 era in vendita. Questa edizione è virtualmente quella che si è usata fino ad ora, in pratica l’edizione definitiva. Rispetto alla prima ha delle ulteriori modifiche

Quanto alla partitura, fu deciso di inciderla il 14 febbraio – un mese dalla prima - e corrisponde alla seconda edizione dello spartito; il fatto di inciderla vuol dire che per Puccini il testo era definitivo. Ci tornerà sopra solo nel febbraio 1924, quando fu incisa una partitura di piccolo formato, e Puccini mandò delle correzioni nei fraseggi e nella distribuzione dell’orchestra – dettagli minori, e in ogni caso non era necessario correggere lo spartito.

Il dato di fatto importante è che il testo pressochè definitivo dell’opera è disponibile un mese dopo la prima; non è cosa da poco, che per esempio Madama Butterfly arrivò allo stato definitivo in tre anni e attraverso tante versioni che non si riescono neanche ad enumerare.
Le modifiche dall’autografo alla versione definitiva sono il taglio di qualche battuta qui e là, in tutto una quarantina di battute, meno di un minuto e mezzo di musica in totale; qualche frase vocale aggiunta dove non c’era o cambiata; e altri dettagli minori. Anche qui il paragone con Butterfly dove dalla prima all’ultima versione furono tagliati 25 minuti di musica e riscritte intere scene è eloquente.

Quando si fa l’edizione critica di un’opera si comparano le diverse fonti per accertare un testo musicale. Nel caso specifico di Puccini, le divergenze tra fonti possono essere di diversa natura.

Ci possono essere divergenze strutturali di respiro ampio: in Butterfly un atto spezzato a mezzo, in Suor Angelica l’aria dei fiori tagliata interamente. Norma generale per tutte le opere di Puccini: su queste modifiche può darsi che Puccini sentisse la pressione delle circostanze; per cui mentre tutte le modifiche di questo tipo sono in ultima analisi da attribuire a lui o quanto meno operate con il suo esplicito consenso, può darsi che qualcuna di queste non sia spontanea ma forzata. Nessuna modifica di ampio respiro fu operata in Tosca; o meglio Puccini considerò per un certo tempo di togliere Vissi d’arte, che è una sorta di oasi tranquilla in un atto infernale, optando però per lasciarla.

Ci possono essere modifiche strutturali, ma di dimensioni minori: da una battuta tagliata fino a circa una pagina. Di norma, queste modifiche sono iniziativa attiva di Puccini, anzi sono una rogna per l’editore perché bisogna far reincidere pagine delle spartito, quindi originano sempre da Puccini che è attento ai micro-equilibri e non solo agli equilibri su grande scala: una frase tagliata, un pezzo d’orchestra aggiunto per coprire un movimento scenico, dettagli di questo genere. In Tosca le modifiche più percepibili, tutte nella seconda edizione dello spartito quindi immediatamente dopo la prima recita sono: 1. Dopo “Vissi d’arte” ci sono due battute fra Tosca e Scarpia che di solito si tagliano per non rovinare l’applauso alla diva, e che in origine erano di poco più lunghe; 2. la frase “E avanti a lui tremava tutta Roma” viene spostata in un posto diverso; 3. Tosca prima di saltare giù dal castello aveva inizialmente un momento di autocommiserazione, nel quale si risentiva la romanza di Cavaradossi, che Puccini tagliò senza pietà per sveltire il finale. Anche il finalino dell’orchestra è stato scorciato, inutile fare una sinfonia su un cadavere che neanche si vede. Queste modifiche originano dalla prima recita? Non possiamo dirlo con certezza, in ogni caso è Puccini che, sentita l’opera sul palcoscenico, aggiusta dei dettagli di sua iniziativa.

Esistono poi modifiche minime, tipo un rallentando che può esserci o non esserci, una fermata che può essere una nota prima o dopo, un forte che diventa mezzoforte o scompare. Queste sono un ginepraio, perché gli autografi di Puccini non brillano né per chiarezza né per precisione, Puccini stesso era capace di cambiare idea (come dimostrano gli spartiti da lui annotati durante le prove che talvolta si sono ritrovati), può darsi che i copisti e gli incisori fossero espressamente richiesti di correggere errori o discrepanze. I fraseggi degli archi erano sicuramente corretti da specialisti (le prime parti della Scala o insegnanti del conservatorio di Milano). Nelle cosiddette edizioni “tradizionali” Ricordi può essere difficile accertare chi ha operato una correzione, ma il punto è un altro: ai revisori moderni piacerebbe la precisione assoluta, ma l’idea di raggiungerla partendo da fonti non precise è illusoria. A Puccini interessava che le parti dell’orchestra fossero corrette per non perdere tempo, se nel far questo si perdeva una legatura o una indicazione dinamica, poco male. Se poi dobbiamo dirla tutta, ascoltando le registrazioni di cantanti del primo novecento che hanno studiato le loro parti con Puccini stesso, ci rendiamo conto che cantavano con una approssimazione verso lo spartito sconcertante. Pretendere di accertare alcuni dettagli ora è un po’ come prendere una misura con il metro da muratore e poi pubblicarla con sei cifre decimali fino al millesimo di millimetro, simulando una precisione che nella realtà non esiste.

Potremmo quindi discutere per sempre su alcuni dettagli molto minori che la maggior parte del pubblico neanche percepisce, ma sul dato strutturale non ci piove: la versione tradizionale della Tosca fu dettata da Puccini, e in un termine brevissimo dopo la prima recita senza più tornarci sopra.

Negli anni ’50 uno studioso australiano, tale Denis Vaughan, fu all’origine di uno scandalo musicale. Infatti Vaughan, consultati vari manoscritti nell’archivio storico Ricordi, dichiarò che le partiture stampate da Ricordi delle opere di Puccini e Verdi erano differenti per migliaia di dettagli dagli autografi originali, e che in pratica i testi erano stati falsificati. La polemica ebbe tale risonanza che qualche senatore arrivò a proporre delle multe per gli editori musicali che cambiano gli spartiti, segno che il cretinismo parlamentare non nasce certo al giorno d’oggi. Di rispondere a Vaughan si occuparono principalmente Sartori e Gavazzeni, facendo notare che per tutte le modifiche sopra indicate ci si preoccupava di aggiornare gli spartiti a stampa e le copie che andavano ai teatri, ma nessuno andava a riprendere l’autografo per aggiornarlo. Per forza gli autografi erano diversi, rispecchiando delle versioni superate dalla stessa volontà degli autori. Il caso Vaughan finì nel ridicolo, ma a me sembra che al giorno d’oggi ci sia una sorta di neo-vaughanesimo per cui di Puccini si ricercano delle versioni che sono si originali, ma che sicuramente non sono l’ultima volontà dell’autore.

Nel caso di una prossima esecuzione di importante rilievo pensavo inizialmente che volessero eseguire la versione del primo spartito, ma dalle dichiarazioni che filtrano sembra che addirittura tornino indietro alla versione dell’autografo. Senza concedere a Puccini il diritto di ripensamento e correzione. Io ho esposto i fatti e vi pongo qualche domanda, datevi da soli le risposte: 1. se addirittura prima della prima Puccini aveva apportato delle modifiche, perché tornare al testo originale? 2. Se Puccini aveva apportato delle correzioni dopo aver visto lo spettacolo sul palcoscenico, perché tornare al testo originale? 3. Quale garanzia abbiamo che un direttore d’orchestra di oggi ci capisca più di Puccini stesso? 4. Quale garanzia abbiamo che un revisore di oggi ci capisca più della redazione Ricordi dell’epoca, che lavorava sotto la supervisione dello stesso Puccini e che aveva accesso a materiali oggi distrutti?
Questa che citi, carissimo, è una delle molte voci che si stanno alzando per mettere in dubbio l’autenticità dei contenuti che la propaganda scaligera sta vomitandoci addosso da mesi a questa parte.
Eppure sarebbe bastata una sola domanda rivolta a Chailly per far crollare tutte le balle che stiamo ascoltando intorno a questa Tosca: «Maestro, su quali basi lei afferma che ascolteremo ciò che ascoltarono i romani il 14 gennaio 1900?».

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