... intanto a Venezia

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mascherpa
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Re: ... intanto a Venezia

Messaggio da mascherpa » 20 mag 2019 09:10

Quarantuno e passa anni fa, alla fine del gennaio 1978, la sera del felice debutto operistico del compianto Giuseppe Sinopoli, la messinscena veneziana di Ceroli mi parve molto bella e "convergente" con una direzione musicale che non si poté di certo tacciare di trionfalismo pompier.


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cabaletta64
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Re: ... intanto a Venezia

Messaggio da cabaletta64 » 25 mag 2019 23:25

Vista oggi la pomeridiana di Turandot con la Dyka, Fraccaro e la Remigio.
L'orchestrazione di Daniele Callegari è molto fragorosa pare quasi a voler esaltare la potenza di suono dell'orchestra veneziana, spesso a coprire i cantanti, direi che in questo, la questione dei 440Hz è andata a farsi benedire, Callegari si lascia prendere la mano con questa sua vigorosità e per un artista non deve essere affatto semplice cantare sotto la sua direzione.
L'ambientazione pare essere nella Cina dell'anteguerra, alcuni personaggi sembrano usciti da un film di Indiana Jones, precisamente l'inizio de "Il tempio maledetto" e mi riferisco nell'abbigliamento del Mandarino e a Ping, Pang, Pong, i quali nel secondo atto, nella loro grande scena "Ho una casa nell' Honan", si levano la loro bella giacca rossa, rimanendo con canottiera bianca, cravatta e bretelle, con stivaloni ben sopra il ginocchio (va bene che a Venezia c'è spesso l'acqua alta, però…), sono poi attorniati da tre bambini, che possiamo dedurre essere i loro figli, che forse in futuro erediteranno la loro posizione di Mandarini di palazzo.
La regista Cecilia Ligorio se li è cercati bene i tre mandarini, fumatori, poiché si accendono tutti e tre una sigaretta al momento di attaccare "la casa nell' Honan" e bellamente cantano fumando, a parte che in teatro non si dovrebbe fumare e qui la licenza registica travalica il buon senso, poiché in teatro gli spettatori hanno i loro appositi spazi durante gli intervalli per farsi una sigaretta, detto ciò è diseducativo che un artista fumi durante la recita, è risaputo che il fumo arrossisce la gola e le mucose della stessa ne risentono specie nell'arte del belcanto, comunque va sempre tutto bene così, quindi ricordiamoci che Alessio Arduini, Valentino Buzza e Paolo Antognetti sono cantanti disponibili a fumarsi una cicca in scena, e già che ci sono, manine lunghe da palpeggio con le donne riservate a Calaf dopo il "Nessun dorma", ma immagino che sia una scelta registica, ad ogni modo questi tre cantanti si sono disimpegnati bene e in modo più che convincente nei rispettivi personaggi.
Altoum è nelle vesti e costumi di un vero imperatore cinese, spesso è attorniato di tanti bambini vestiti di candido bianco, quasi a voler vedere un lato umano rispetto alla gelida figlia, tuttavia per creare del contrasto, il popolo è esattamente costumato da operai cinesi, e questo crea una notevole discrepanza rispetto ai costumi dei protagonisti, il principe di Persia fa la sua bella passerella con al polso un vistoso orologio e viene accompagnato al patibolo da un bambino.
Carmela Remigio indossa il costume più adatto alla vicenda, si destreggia bene, dando vivacità alla scena della tortura, vocalmente un po' più nella parte rispetto alla Desdemona nell'Otello di un paio di mesi fa sempre a Venezia, gli attacchi sulle note acute sono un po' troppo violenti e manca di un po' di abbandono lirico in qualche momento più intimo, non sarà una Liù da ricordare.
Anche il Timur del sud-coreano Simon Lim è giusto-giusto accettabile e niente più.
Walter Fraccaro ha dato una bella prova, anche se si è trovato in difficoltà con la pesante sonorità orchestrale di Callegari, le note acute se le è prese tutte, buone le risposte agli enigmi di Turandot e molto bene il DO della "principessa altera" con il fiato unico, si è galvanizzato nell'esecuzione di "Nessun dorma", fatta bene e chiusa meglio e ottimo anche il duetto finale con lei.
La Oksana Dyka si dimostra valida Turandot, parte decisamente bene con "In questa reggia", prendendola nella posizione giusta di SI nat. anche se qua e là ha qualche problema di note non sempre a fuoco e qualche accento di verismo un po’ troppo marcato, nel complesso è una voce d'acciaio, non acciaio Inox, ma piuttosto un acciaio leggermente più povero.
La regista Cecilia Ligorio non ha stravolto l'impianto scenico e devo dire che personalmente ho trovato questa Turandot una delle migliori che ho visto in questi ultimi anni, sia a teatro che in video, fra le cose buone: la discesa del gong nel primo atto per non creare troppe difficoltà a Kalaf, la morte di Liù piuttosto semplice e la discesa della stessa nella botola con il corpo che sparisce dalla scena e alla fine alla rivelazione del nome del principe ignoto, tutto il popolo ritorna in scena vestito in bianco, come a simboleggiare l'inizio di una nuova era, in negativo un po' discutibile è l'avvicinarsi di Liù con il coltello a minacciare direttamente Turandot, la stessa Liù circondata da dei mostriciattoli che non avevano alcun senso, e veramente ridicola la scena dove le ancelle di Turandot entrano in scena nel primo atto a zittire chi è nella piazza, e alcune figuranti vestite sempre da ancelle con in mano una scopa di saggina a ramazzare per terra, da noi chiamata anche "scoa de sanguanea".
Personalmente resto sempre molto felice quando posso vedere l'incompiuta "Turandot" nella versione completata da Alfano, trovo questa parte musicale molto aderente al soggetto pucciniano, fantasticando sono sicuro che se una persona esperta di musica tornasse sulla Terra, dopo aver passato gli ultimi cento anni su "Urano" e non fosse a conoscenza della morte di Puccini durante la composizione di Turandot e poi la ascoltasse con la versione Alfano, non si accorgerebbe di nulla.
E' anche vero che in alcune momenti i due cantanti rimangono musicalmente un po' scoperti e il fatto che questa vicenda non termini alla morte di Liù ma ci sia la redima di Turandot con lieto fine, trova già un precedente in Fanciulla del West.
Menzione particolare al sempre ottimo coro e agli orchestrali, Venezia può vantare coristi e professori d'orchestra tra i migliori in assoluto, e molto ben preparati da chi li prepara.
Turandot per Turandot, tra un po' di giorni torneremo a goderci (?) dello spettacolo già andato in scena a Palermo, con la diretta streaming dal comunale di Bologna, gustandoci se non altro Gregory Kunde in quelli del Principe ignoto.

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Re: ... intanto a Venezia

Messaggio da Tosca » 25 mag 2019 23:34

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Re: ... intanto a Venezia

Messaggio da cabaletta64 » 25 mag 2019 23:39

Tosca ha scritto:
25 mag 2019 23:34
Le sigarette accese sul palco sono sempre finte.
Anche il fumo che si vede è finto?

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Re: ... intanto a Venezia

Messaggio da Tosca » 26 mag 2019 18:14

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Re: ... intanto a Venezia

Messaggio da mascherpa » 28 mag 2019 10:56

cabaletta64 ha scritto:
25 mag 2019 23:25
...sono sicuro che se una persona esperta di musica tornasse sulla Terra, dopo aver passato gli ultimi cento anni su "Urano" e non fosse a conoscenza della morte di Puccini durante la composizione di Turandot e poi la ascoltasse con la versione Alfano, non si accorgerebbe di nulla.
Proprio seguendo la tua ipotesi, che la persona in questione, prima d'essere "ibernata" nel 1919 su Urano, fosse esperta di musica, quindi ben avvezza ad ascoltare sia Puccini sia Alfano, mi parrebbe del tutto sicuro il contrario.

È invece evidente che potrebbe non accorgersi di nulla qualcuno sí all'oscuro della vicenda, ma che, come noi, ha una percezione delle differenze attutita da tutto quel che è successo in séguito: ossia che ascolta, per forza, come pòstero e non come contemporaneo.

Per avere un'idea oggettiva delle sostanziali differenze stilistiche tra Alfano e Puccini basta comunque leggere, ove non ci soccorrano l'orecchio e la sensibilità personale, una delle numerosissime analisi musicologiche della parte pucciniana e di quella alfaniana, che negli ultimi decenni hanno anche potuto rendere conto dell'uso, per necessità, molto personale che Alfano aveva fatto degli abbozzi di Puccini (e che, guarda caso, fece immediatamente imbufalire un certo Arturo Toscanini, considerato da molti non troppo inesperto di musica).

Ma il nocciolo della faccenda per me è tutt'altro: resta insolubile il dubbio se Puccini avrebbe mantenuto la versione "definitiva" del testo che conosciamo per il duetto e finale, o se l'avrebbe di nuovo scartata come le —se non mi sbaglio— quattro che l'avevano preceduta (dopo avere, beninteso, scritto contentissimo che almeno un paio di esse lo soddisfacevano pienamente, salvo cambiare idea appena cominciò a musicarle...).

Inutile aggiungere che il "lieto fine" della Fanciulla del West è totalmente diveso da quello previsto per Turandot alla data del 29 novembre 1924: infatti l'uno è frutto di tenacia femminile, condita con una buona dose di facciatosta; l'altro d'un maschile, e forse maschilista, "ora basta..." (che nell'ipotesto schilleriano su cui lavorarono gli autori della nostra Turandot era stato detto persino da Altoum, curiosamente con le stesse parole con le quali si presenterà l'Olandese in Wagner).
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Re: ... intanto a Venezia

Messaggio da albertoemme » 28 mag 2019 20:12

Però l’ipotesi Cabaletta64 è divertente. Senza spartiti moltissimi melomani uraniani potrebbero essere presi in castagna. Nel finale di Turandot manca la melodia insolita che se Puccini scervellandosi avesse trovato sarebbe stata una genialata appunto inimmaginabile, il resto può essere ascoltato dagli uraniani come un finale tirato un po’ via che gli uraniani medesimi potrebbero anche giustificare, asserendo nella loro lingua che dopo “E lucevan le stelle” anche Tosca scende un po’ di livello.-

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Re: ... intanto a Venezia

Messaggio da mascherpa » 29 mag 2019 08:48

albertoemme ha scritto:
28 mag 2019 20:12
...dopo “E lucevan le stelle” anche Tosca scende un po’ di livello.
La penso "abbastanza" come te, Alberto: l'ultimo duetto di Tosca , se non è diretto straordinariamente bene (come, a mio parere, poche settimane fa a Genova), mi sembra sempre un brodino leggero prima della marche au supplice. Però questa musica "minore" resta sempre inconfondibilmente pucciniana. Invece, nelle mani d'Alfano, già l'ipotesi di riutilizzo del motivo di Ivàn Kovanskij, che si trova nei famosi trentasei fogli d'abbozzi, diventa, pochi istanti dopo l'inizio del duetto, una grezza citazione senza molto senso. Chissà che aveva in testa quell'altro!

In due parole: a me l'incongruenza mascherata del completamento corrente di Turandot riesce chiara non per una "mancanza di melodia", ma per l'assenza di genialità armonica, che costringe Alfano a seguire le "ricette" semimoderne allora piú in voga (tutto l'accompagnamento del duetto e del finale riprende gli stereotipi "modernisti" adottati poco prima per la sua Sakuntala, per di piú con troppo frequenti ritorni alla tonica o alla dominante). Si dimentica infatti spesso —o nemmeno ci si pensa, stante la diabolica maestria del sor Giacomo— che le "ispiratissime" melodie pucciniane, esempio supremo il Bel dí che non vedremo, furono invece costruite con un lavoro minuziosissimo e lungo, direi "algebrico", a partire dal movimento "corale" dell'accompagnamento affidato a un'orchestra che, perlomeno dal second'atto di Tosca, non trovava rivali (con buona pace dei miei amici Mahler e Strauss). In quest'arte, che direi del "ricavare la decorazione dai materiali delle fondamenta", Puccini se la spassa da par suo in compagnia di persone odiatissime dal melomane medio italiano, quali il Giovanni Sebastiano e il Riccardo maggiore, per tacere del Ludovico van. Il risultato è non solo di commuovere alla grande (e vendere un fottío di biglietti...) ancora dopo un secolo e passa, ma purtroppo anche quello di far sembrare Alfano "solo" un Puccini mezzo addormentato per difetto d'ispirazione... Invece è diversissimo.

E poi, lo ripeterò finché ho fiato, nulla permette di concludere che il Maestro avrebbe musicato proprio quei versi, che Alfano si trovò sul collo pesanti come un macigno e che, finché non arrivò Berio, nessuno se la sentí di stravolgere. E molto, invece, m'induce a credere che "lui" li avrebbe di nuovo rifiutati, fino all'ipotesi, estremistica e indimostrabile ma a me cara, che il finale l'avrebbe stravolto già "lui", ma chissà come. Sarebbe comunque un bell'esercizio "indovinare", sulla scorta delle modifiche pesantissime imposte in passato a Giacosa e Illica ("esemplari" nel second'atto e terz'atto di Tosca, ma ben documentate anche negli altri casi, forse meno eclatanti), quello che Puccini avrebbe eliminato con rustico e sovrano disprezzo anche dal quarto o quinto tentativo di Simoni e Adami, che per i noti motivi clinico-chirurgici rimase quello "definitivo".
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Re: ... intanto a Venezia

Messaggio da cabaletta64 » 01 giu 2019 22:35

Assistito oggi all'ultima replica di Aida con la direzione di Riccardo Frizza e con la Mantegna, Meli e Irene Roberts e con il famoso allestimento risalente al 1978 di Mauro Bolognini e Mario Ceroli.
Già da subito si respira aria di antico Egitto, cosa abbastanza rara in questi ultimi anni quando si va a vedere Aida in teatri al chiuso, c'è da dire cmq che la scena divisa in due piani non sempre è funzionale per i cantanti, è ottima per l'ultima scena della tomba, ma per il resto crea una certa lontananza tra i protagonisti che si devono confrontare durante la recita e la cosa crea soprattutto qualche problema ad Aida.
I costumi per Amneris e Ramades sono un po' troppo ingombranti e sembrano pure pesanti, la cosa migliora poi nel terzo e quarto atto.
Roberta Mantegna (che ricordavo ottima Norma a Treviso qualche anno fa), disegna una buona Aida con bella voce fresca, canta bene un po' tutto, ma particolarmente nei duetti, molto buone le note acute, si può dire che a livello di regia non le viene chiesto un grosso impegno.
La Amneris nella Roberts, che io sentivo per la prima volta, è stata una gradita sorpresa, buona linea di canto anche musicale a dispetto di precedenti recensioni critiche, la voce sembra un po' piccola e anche un po' corta nelle note acute, ma rende molto bene il personaggio e nella sua grande scena del quarto atto si è disimpegnata molto bene.
I due bassi Riccardo Zanellato e Mattia Denti hanno fatto molto bene nei loro rispettivi ruoli e personalmente ritengo che Zanellato sia da utilizzare in ruoli più complessi di quanto non lo sia Ramfis.
Roberto Frontali disegna un Amonasro dalla voce nobile non truculento, come molte volte in passato si era sentito da altri suoi colleghi, ma c'è da dire che anche trattandosi di un re barbaro, il personaggio dovrebbe avere qualche aggressività vocale un po' maggiore a quanto effettivamente fatto sentire.
Francesco Meli è stato una piacevole sorpresa, ottimo Radames, più intimistico che guerriero, meglio, più del solito in zona acuta, anche se i suoi acuti non sono delle saette, e belle intenzioni di canto raffinato, anche se non sempre raggiunte nella pienezza di suono. La sua interpretazione di Radames è molto vicina a quella di Jon Vickers, ma con voce decisamente più bella, nei primi due atti é sembrato più a suo agio, leggermente più indurito vocalmente nel 3 e 4 atto, rimane cmq un più che buon Radames.
Per ultimo lascio Riccardo Frizza, che a mio parere ha diretto fin dove ha potuto molto bene, lasciando spazio alle voci, purtroppo nel terzo atto sono cominciate delle incresciosi situazioni, che hanno creato non poche difficoltà allo spettacolo e ai cantanti, è apparso chiaro che non c'era sintonia fra direttore e orchestrali. Tutto è cominciato all'inizio del duetto Aida-Ramades e precisamente nel momento di lui "Nel fiero anelito…" con una strumentazione a dir poco imbarazzante, ma l'apice lo si è avuto nel duetto del quarto atto Amneris-Ramades, con l'orchestra che pareva neanche stesse suonando Aida. Bravi Meli e la Roberts a non andare fuori intonazione, si vedeva Frizza in grande difficoltà per tenere le cose in modo appena accettabile, tanto è vero che alla fine dello spettacolo è andato a salutare gli orchestrali uno per uno, quasi si trattasse di un addio definitivo, ma spero di sbagliarmi.
Qualcosa che non andava l'avevo già notato all'inizio della scena del trionfo, con il coro non propriamente in palla, con qualche attacco un po' così così, avendoli poi sentiti la settimana prima fare molto bene in Turandot, il mio sospetto è che sia coro che orchestra dovendo affrontare in pochi giorni l'impegno di queste due opere, Aida e Turandot in alternanza cosi ravvicinata, potrebbe essere andate in difficoltà e che per le maestranze della Fenice questo sia un impegno troppo gravoso per le loro attuali possibilità, il coro è sembrato affaticato e l'orchestra decisamente svogliata.

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Re: ... intanto a Venezia

Messaggio da mascherpa » 10 giu 2019 13:19

Due concerti ascoltati alle Sale Apollinee della Fenice la settimana scorsa.

Mercoledí 5 giugno, per Musikàmera, replica del concerto del Trio "Altenberg" con Alfredo Zamarra, prima viola della Fenice: dopo un Trio di Haydn in due movimenti (dei quali il secondo si dice destinato a far far cattiva figura a un violinista antipatico), eseguito a mio parere in modo molto "perbenistico", il non frequente Secondo quartetto con pianoforte di Gabriel Fauré, in sol minore, e quello, anch'esso non frequente, in do minore, che fruttò la vittoria in un concorso a Richard Strauss ventunenne (non diciassettenne come apparirebbe dalla data di nascita visibile sia nel sito dell'organizzatore, sia nel programma di sala). Come congedo, una curiosa marcia scritta dallo stesso Strauss all'inizio degli anni Ottocentonovanta dopo un viaggio in Egitto.
Ho scritto "Altenberg" tra virgolette perché nessuno degli strumentisti fondatori di questo complesso ne fa ancora parte. Quando pianista e cellista cambiarono, elemento di continuità ne fu il violinista, che però abbastanza di recente è stato sostituito a sua volta con un cinese dall'aspetto molto giovane (Ziyu He), che direi tecnicamente più ferrato che non la vittima di Haydn... Nello stato attuale gli "Altenberg" denotano comunque un certo squilibrio di personalità, apparendo il violinista sempre un po' in secondo piano. Questo fenomeno s'è naturalmente accentuato, sebbene con vantaggio musicale, quando è comparso anche Zamarra, senza dubbio l'artista che tra i quattro credeva di piú in quel che stava facendo e ha quindi tenuto alto il prestigio della Casa ospitante. Molto apprezzabile anche la simbiosi timbrica raggiunta dal pianista Christopher Hinterhuber con il non comunissimo pianoforte Fazioli usato alle Sale Apollinee. Di solida correttezza il cellista Christoph Stradner.

Il pomeriggio successivo, giovedí 6, uno degli ultimi appuntamenti veneziani dell'Associazione Culturale "Musica con le ali", che organizza concerti intenzionalmente intesi ad abbinare un interprete di maturità e fama ormai stabilite con un altro o altri piú giovani: la formula assicura spesso un notevole concorso d'ascoltatori.
In quest'occasione un "vecchio" non c'era e il programma, tra Mozart e Schumann, era affidato a tre strumentisti nati tra 1994 e 1997. La personalità piú formata m'è apparsa quella della violista Benedetta Bucci, membro fondatore del Quartetto Adorno che due anni fa s'aggiudicò il terzo premio, il premio del pubblico e il premio "speciale" per l'esecuzione del pezzo contemporaneo al prestigioso Concorso Borciani di Reggio Emilia. La sua esecuzione, con Margherita Santi al pianoforte, dei Fantasiestücke schumanniani op. 73 nella versione, ovviamente, per viola, ha costituito, a mio parere, il momento saliente del concerto, sia per correttezza strumentale, sia soprattutto per il vigore interpretativo. Queste brevi e bellissime composizioni erano state precedute dall'Adagio e Allegro op. 70, sempre di Schumann e sempre nella versione per viola, e dalla Sonata in si bemolle KV 454 di Mozart, con la Santi e Paolo Tagliamento al violino. Il Trio mozartiano detto "dei birilli" (KV 498) ha poi visto uniti i tre stumentisti, che ne hanno ripetuto come congedo i Rondeaux conclusivi.
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