
“Maestro Rattle, si rende conto che lei porta via da Salisburgo i Berliner che suonano qui da mezzo secolo? Cosa dovremmo dire noi che tutti gli anni veniamo per sentirli e paghiamo le nostre salatissime quote di Sostenitori? E’ lei, Maestro, che dovrebbe andar via da Salisburgo ed anche dai Berliner! Se ne torni a Birmingham, mister Rattle! ” E’ questa la conclusione, abbastanza fedelmente tradotta, della tagliente requisitoria di un compassato ma implacabile musicofilo inglese, rivolta al successore di Karajan e Abbado nel corso della riunione dei Soci sostenitori del Festival salisburghese di Pasqua. Gliene ha dette di tutti i colori, ostentatamente omettendo di chiamarlo “sir” come da gentleman avrebbe dovuto, trattandosi di un connazionale insignito del titolo di baronetto, e prendendosi un sacco di applausi dall’assemblea dei “Patrons” di ogni nazionalità dinanzi ai quali si era candidamente presentato il direttore dei Berliner Philharmoniker per un saluto di addio. Dall’anno prossimo, la più famosa Orchestra del mondo lascerà infatti Salisburgo per andare a far Pasqua a Baden Baden e la cosa ha avuto sapore di tradimento, visto che proprio i Berliner quel Festival hanno fondato insieme a Karajan nel 1967. Questione di soldi, la stazione termale tedesca offre più della città di Mozart e all’idea di quel metallo non sono insensibili manco i musicisti più raffinati. Si è trattato di un colpo di scena, perché la dipartita è stata annunciata da un anno all’altro, tempo che per gli usi teatrali mitteleuropei equivale a poco più di 24 ore. I dirigenti del Festival in cerca di indulgenza l’hanno ripetutamente sottolineato, precisando in tutte le pubblicazioni distribuite agli spettatori che la decisione è stata unilaterale e che è stata inaspettatamente comunicata via fax.
Ma dietro questo epilogo una storia c’è e non è certo edificante. Il Festival di Pasqua, cosa diversa da quelli che a Salisburgo si tengono a Pentecoste, in Estate e in Gennaio, ha avuto sin dalla nascita due punti di forza, uno artistico e uno amministrativo. Il primo era la presenza organica dei Berliner non soltanto nei loro sontuosi concerti sinfonici, ma anche nell’opera. Solo qui, una volta l’anno, lasciavano la pedana e scendevano in buca e con l’eccezionalità del loro suono la trasformavano nel golfo mistico ideale, altrimenti irraggiungibile. Il secondo era l’indipendenza finanziaria: niente soldi pubblici, solo Sponsors, il contributo della Fondazione Karajan, destinataria dei diritti discografici del Maestro e gestita dalla vedova signora Eliette, le quote dei Soci sostenitori e l’incasso di Botteghino con i biglietti dal costo stratosferico costantemente esauriti. Ma poiché tutto il mondo è paese, anche qui s’è scoperto un Tesoriere che attingeva a piene mani dalle disponibilità del Festival. Si chiama Herr Michael Dewitte ed è fuggito all’estero al sorgere dei primi guai nel dicembre del 2009. Un commissario straordinario, Herr Peter Raue ha chiamato una Società di revisione, la Audit Service Austria, per capire qualcosa nei bilanci, col risultato di doverli trasferire immediatamente in Tribunale. Fu allora che Baden Baden si fece avanti invitando i Berliner a passare da loro, vista la situazione fallimentare determinatasi a Salisburgo. Ma Eliette Karajan si dette da fare subito e bene: coperti i debiti più imbarazzanti, quelli con gli artisti scritturati, coinvolse la Città, il Land e lo Stato centrale, riuscendo così a salvare il Festival cui il marito, salisburghese di nascita, tanto teneva. Pagando però un prezzo assai doloroso, la rinuncia alla prima prerogativa, l’indipendenza finanziaria. E già a febbraio 2010 Herr Peter Raue poteva firmare una lettera ai Sostenitori, redatta anche in italiano, visto che come consistenza numerica noi siamo al secondo posto, dopo gli austro-tedeschi e prima degli anglo-americani, rassicurandoli sulla prosecuzione del rapporto con l’Orchestra dei Berliner. Annunciando poi l’imminente arrivo al timone del Festival di una governance ordinaria facente capo agli Herren Peter Alward e Bernd Gaubinger, invitava i cari Amici del Festival a versare le loro quote per l’edizione successiva, quella del 2011. Ma all’indomani della sua conclusione, esattamente nel mese di giugno, i due Herren sopra citati facevano pervenire una nuova lettera ai Sostenitori – stavolta solo in tedesco e in inglese – comunicando la decisione “totalmente inaspettata” di Rattle e dei Berliner di considerare quella del successivo 2012 la loro ultima presenza a Salisburgo. Inaspettata non era affatto, alla luce dei precedenti ed anche costoro avrebbero meritato una buona dose di rimbrotti da parte dei Patrons. Ma alla riunione non si sono presentati e anche questo dimostra di che pasta sono.
Anche artisticamente l’addio dei Berliner e principalmente del loro direttore musicale – dall’anno prossimo ci sarà l’Orchestra di Dresda con Christian Thielemann – è stato poco felice. Nella parte sinfonica del Festival, il baronetto è stato surclassato dal direttore ospite Zubin Mehta che in forma strepitosa ha trascinato all’entusiasmo il pubblico con una Ottava di Bruckner assolutamente rivelatrice di intensità emotive e meraviglie sonore. Mentre negli altri due concerti il titolare ha soltanto degnamente accompagnato dal podio i pianisti Murray Perahia e Emanuel Ax rispettivamente nel concerto di Schumann e nel Secondo di Beethoven. Ma ha pasticciato, nel completare il primo programma, il Requiem di Fauré infilandogli a mo’ di cappello un pezzo di Luciano Berio in memoria di Luther King scritto quasi cent’anni dopo e quanto fosse stridente nel risultato e incomprensibile nelle intenzioni è facile immaginare. Nè ha fatto meglio nel secondo, ove ha improvvidamente ingigantito l’orchestra per Das Lied von der Erde, la straordinaria Sinfonia mahleriana per Tenore, Contralto e Orchestra, col risultato di schiacciare le voci protagoniste, impresa non facile, trattandosi di due giganti dell’ugola come Jonas Kaufmann e Anne Sofie von Otter. Quanto alla Carmen, che a Salisburgo si darà anche nel Festival estivo, ancora diretta da Rattle, ma con i Wiener al posto dei Berliner, un coro di buuu! è piombato sul capo del maestro e di sua moglie Magdalena Kozenà che ne era la protagonista. Discreta cantante mozartiana, costei ha toppato di brutto in un ruolo che necessita, come tutti sappiamo, di vocalità piena, di forte temperamento e di presenza scenica coinvolgente. Invece la sua gitana Carmen aveva voce e connotati della dama ferrarese Dorabella, quella del Così fan tutte, col marito dal podio che cercava invano di renderla accettabile, diminuendo e spogliando il suono sino a scolorirlo, con l’esito di annullare il vantaggio di avere una simile orchestra in buca e la conseguente rinuncia a trasformare quest’ultima nel golfo mistico ideale di cui si è detto. Meno male che accanto alla Kozenà c’era un tenore come Kaufmann, che ha rifatto il don Josè straordinario che conosciamo e che Genia Kuhmeier era brava abbastanza da raggiungere il successone che di solito accompagna il personaggio di Micaela, quando la Carmen non piace. Dalla presenza di un anonimo Escamillo bassotto e con poca voce viene conferma di quanto quest’opera soffra se le manca il torero. Della regia è responsabile Aletta Collins, di professione coreografa, che in quanto tale ha messo una passerella tutto intono all’orchestra per mandarvi uno stuolo di danzatrici a battere i piedi ed agitare le braccia in un inopportuno flamenco durante i preludi del primo e terzo atto. E che ha trasformato la scena della corrida in un Carnevale di Viareggio con relativo corteo di testoni di cartapesta che abbandonati dopo l’uso, fanno da testimoni dell’assassinio di Carmen. Senza contare la “trovata” di Frasquita e Mercedes trasformate in una riedizione delle gemelle Kessler, parucche bionde, abiti e gesti birichini in doppio e sincronizzati. Ma il pubblico ne vede ormai tante sui palcoscenici d’opera che le sue sono sembrate stupidate veniali. Ed i buuu! non hanno avuto lei come terzo destinatario.
Francesco Canessa